N. 50 Aprile 2009 | Il quadro istituzionale europeo alla prova della crisi economico-finanziaria

Le iniziative dei governi per combattere la crisi si dimostrano inefficaci e minacciano i principi dell’unione economica e monetaria. Proposte come l’emissione di eurobond e la creazione di un governo europeo dell’economia renderebbero invece l’Europa più capace di reagire, ma implicano l’abbandono del metodo dell’adesione volontaria degli Stati a regole collettive.

Da tempo il mondo non viveva una crisi economica di dimensioni paragonabili a quella attuale. Una crisi – più grave di quella degli anni Trenta del secolo scorso, quando l’area dell’ex-Unione Sovietica e l’intera Asia erano ancora ai margini del commercio mondiale –, i cui effetti rischiano di proiettarsi non solo sulle prospettive di sviluppo e crescita del prossimo decennio, ma anche su quelle della prossima generazione. Una crisi che affonda le sue radici nel laissez faire liberista dei governi, negli eccessi speculativi e negli squilibri economici e finanziari – affermatisi negli anni Novanta come il nuovo modello dell’economia globale – e che rischia di essere una catastrofe per l’Europa.

L’esperienza storica sembra non aver insegnato granché alle classi politiche ed alle opinioni pubbliche dei paesi europei. Oggi, come quasi un secolo fa, le iniziative dei diversi paesi per tentare di salvare le economie dal collasso e le società dal disordine, lungi dal risolvere la crisi, sembrano complicarla. Nonostante i grandi successi ottenuti sulla strada dell’integrazione europea, le misure che vengono adottate tendono ad avere come scopo primario quello di difendere singoli e particolari interessi nazionali, e finiscono quindi per ostacolarsi e per entrare in rotta di collisione fra loro. Esse creano nuovi focolai di tensione commerciale e politica tra gli Stati; alimentano il protezionismo e seminano la sfiducia nelle possibilità di rilanciare la cooperazione e lo sviluppo. Inevitabilmente, un po’ ovunque, l’organizzazione della società, della produzione industriale e della stessa democrazia incominciano a vacillare. Così gli europei, dopo aver assistito impotenti alla semina dei germi della crisi attuale, sembrano rassegnati a subirne le maggiori conseguenze.

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I più percepiscono che di fronte alla crisi la dimensione della risposta può fare la differenza, ma restano prigionieri dell’impasse in cui si trova l’Europa. È palese la sproporzione tra i colossali piani varati dagli USA e dalla Cina e quelli che i singoli Stati europei – e l’Unione europea – stanno attuando per cercare di mettersi al riparo dalle conseguenze della recessione, del crollo della produzione e della diminuzione del commercio mondiale. Neppure gli USA e la Cina possono risolvere da soli la crisi sul piano globale, ma hanno argini più robusti per difendersi dagli effetti della crisi: quantomeno essi possono realisticamente pianificare la riconversione della crescita economica nei rispettivi mercati continentali interni, soprattutto nel campo della rivoluzione dei consumi in senso ecologico i primi e in quello della rivoluzione dei consumi tout court la seconda, mentre gli europei divisi non hanno le istituzioni per farlo. Non è certo casuale che gli stimulus plan di USA e Cina siano già superiori al cinque per cento dei rispettivi PIL e siano sostenuti da politiche economiche e fiscali congruenti agli obiettivi che i governi di Washington e di Pechino si propongono di perseguire. Invece non esiste alcun vero piano europeo, ma piuttosto una lista di piani nazionali, che insieme ammontano solo alla metà di quello americano. E un fatto che dovrebbe ancor più far riflettere è che, nell’area dell’euro, cioè nell’ambito di quei paesi europei che hanno scelto di integrarsi maggiormente sul terreno economico-monetario, le iniziative prese per salvare banche ed imprese e gli interventi economici restano prigionieri della logica di politiche nazionali contrapposte. Al punto che i principi stessi su cui si reggono il mercato unico e l’unione economica e monetaria sono in pericolo.

Tre paradossi sono emblematici di questa situazione. Il primo è rappresentato dal fatto che l’allargamento dell’Unione europea ha prodotto una eurizzazione dei mercati e delle banche dei paesi dell’Europa centrale ed orientale che, a seguito della crisi, ha mostrato tutti i limiti legati al fatto di aver avviato misure economiche al di fuori di un quadro politico coerente, e ciò a causa dell’assenza di un governo europeo. Oggi gli Stati membri della zona euro, oltre a dover far fronte alle conseguenze della crisi al loro interno, corrono il rischio di essere travolti dal collasso dei paesi a cui avevano fatto credito, in cui avevano ampiamente investito e su cui avevano puntato per allargare pacificamente l’area del mercato comune europeo dopo la fine della guerra fredda. Il secondo paradosso è costituito dal fatto che la scarsa appetibilità del mercato dei titoli europei – troppo frammentato e dipendente dalle politiche nazionali – e la crescente sfiducia nei confronti delle borse, spingono gli investitori privati e pubblici a rifugiarsi nell’acquisto di bonds del tesoro USA, favorendo così il dollaro e la politica economica del paese epicentro della crisi. Il terzo paradosso riguarda le contraddizioni della moneta europea. Nella fase finanziaria della crisi l’euro si è rivelato per molti paesi un formidabile elemento di protezione dalle tempeste monetarie, che altrimenti avrebbero attaccato e travolto, come in un non lontano passato, le loro monete ed economie nazionali. Ma, proprio in quanto la leva monetaria da sola non basta per affrontare e risolvere la crisi, l’assenza di istituzioni sopranazionali adeguate per mettere in campo un’unica coerente politica economica e fiscale a livello europeo si sta rivelando devastante, paralizzando ulteriormente la possibile debole reazione da parte degli Stati membri ed impedendo una forte ed efficace risposta unica europea. Il fatto è che né l’Unione europea né l’Eurogruppo sono uno Stato, come hanno sottolineato più volte sia il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker sia il presidente della BCE Jean-Claude Trichet, per cui gli europei, in questo quadro, non possono avere politiche federali, ma solo cercare – con grande difficoltà – di preservare gli attuali livelli di cooperazione.

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Di fronte all’evidente inadeguatezza della risposta alla crisi da parte degli europei e del ruolo marginale che essi hanno a livello internazionale, come ha confermato il recente vertice del G20 a Londra, molte voci si sono levate a favore di una più stretta integrazione politica europea, almeno nell’area dell’euro. Alcuni hanno chiesto di attivare una politica europea di emissione di eurobonds a sostegno dell’espansione della spesa degli Stati. Altri ancora hanno invocato la creazione di un governo europeo dell’economia. Si tratta di proposte e richieste che, nella misura in cui venissero davvero attuate e soddisfatte, renderebbero l’Europa più capace di reagire alla crisi. Il problema è che queste proposte e richieste non possono essere realisticamente perseguite in un quadro in cui la sovranità in materia fiscale, di bilancio, ed economica è destinata a restare a livello nazionale. Per non parlare del fatto che, nella misura in cui anche la politica estera e di difesa restano saldamente nelle mani dei governi nazionali, è inevitabile che i singoli Stati siano portati ad espandere la loro spesa in questi settori così rilevanti per il bilancio statale ma che, proprio per la funzione che svolgono nel sostenere e promuovere interessi ed aspirazioni nazionali divergenti, tendono anche ad alimentare potenziali conflittualità.

Questo comporta che, se si vuole trasformare l’attuale crisi in un’opportunità di rilancio dell’Europa e del suo ruolo, occorre prendere atto che gli europei sono oggi di fronte alla scelta tra difendere con difficoltà un fragile quadro cooperativo basato sull’adesione volontaria a regole collettive – in cui però qualsiasi istituzione comune è destinata a restare sotto la tutela degli Stati – oppure creare un nuovo quadro statuale europeo, che implica necessariamente un’iniziativa di rottura rispetto all’attuale assetto dell’Unione. È del tutto irrealistico, infatti, pensare di poter approfondire l’integrazione politica, sia fra pochi che tra molti Stati, oppure pensare di poter creare un potere autonomo capace di imporre tasse e di emettere obbligazioni per finanziare una spesa pubblica comune, semplicemente introducendo nuove regole per migliorare il quadro cooperativo dell’UE. Sono misure che implicano una forte volontà politica unitaria e che sono concepibili solo nell’ambito della creazione di uno Stato federale europeo.

La responsabilità di un passo di questo tipo ricade sugli Stati che hanno avviato per primi il progetto politico europeo, o almeno alcuni fra essi, con le loro classi politiche ed opinioni pubbliche; spetta a loro l’iniziativa di sottoscrivere un patto per fondare il primo nucleo di questo nuovo Stato europeo aperto alla successiva adesione degli altri membri.

Finché ciò non accadrà, qualsiasi atto, dichiarazione o accordo, al di là delle buone intenzioni e del fatto di rendere occasionalmente omaggio all’ideale dell’unità europea e della concordia fra gli Stati, non metterà gli europei nella condizione di affrontare le sfide di fronte alle quali essi si trovano, né li metterà al riparo dai disastri che si annunciano e dalle prossime, forse ancora più gravi, crisi.

Publius

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