L'ULTIMA LETTERA EUROPEA

N. 88 Gennaio 2026 | Solo l’Europa può salvare se stessa

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha segnato uno sconvolgimento radicale dell’ordine globale. La nuova amministrazione statunitense manifesta un disprezzo sistematico per il diritto internazionale e per le organizzazioni multilaterali, elevando l’unilateralismo e il ricorso all’ uso della forza a strumenti ordinari di una politica estera ispirata all’ideologia dell’ “America First”. L’uso spregiudicato della potenza militare per imporre interessi nazionali — evidente nei bombardamenti contro l’Iran, nelle minacce al Messico, alla Colombia e Panama, e soprattutto nel clamoroso attacco al Venezuela, culminato con il rapimento del presidente Nicolás Maduro e la sua deportazione negli Stati Uniti — rappresenta una brutale affermazione della politica di potenza. Esso sancisce, sul piano politico, la fine dell’ordine multilaterale di cui gli Stati Uniti erano stati i principali garanti, aprendo una nuova fase storica caratterizzata dal ritorno sistematico della forza nelle relazioni internazionali e dalla progressiva divisione del mondo in sfere di influenza contrapposte. In questo contesto, le iniziative di Washington finiscono per legittimare e rafforzare le ambizioni imperiali di altri attori globali: dalla Cina di Xi Jinping, sempre più assertiva su Taiwan, fino alla Russia di Vladimir Putin, che trova nuova giustificazione per la propria guerra di conquista in Ucraina.

Questa drammatica accelerazione della storia ha come principale vittima proprio l’Unione europea. Quest’ultima aveva prosperato all’interno di un ordine multilaterale fondato su regole condivise e istituzioni comuni, sviluppando la propria proiezione internazionale attraverso gli strumenti del soft law, della cooperazione internazionale e degli scambi commerciali. Oggi, invece, sprovvista com’è degli elementi della statualità, l’Unione fatica a gestire il brusco ritorno della politica di potenza, che l’ormai ex-alleato americano sta usando spregiudicamente proprio nei suoi confronti. Non solo l’amministrazione Trump ha avviato una guerra commerciale contro il Vecchio Continente — al momento concretizzatasi nell’imposizione unilaterale di dazi del 15% sui prodotti europei — ma sta portando avanti una vera e propria opera di destabilizzazione nei confronti dell’Unione europea.

Si pensi innanzitutto all’atteggiamento degli Stati Uniti verso la guerra in Ucraina. Trump ha decretato un sostanziale disimpegno, interrompendo il finanziamento americano alla resistenza di Kiev. Le armi statunitensi, da cui l’esercito ucraino continua a dipendere, devono ora essere acquistate dagli Europei, mentre il sostegno fornito dai satelliti e dall’intelligence americana appare sempre più precario. Ancora più grave è stato il vergognoso avvicinamento di Washington alla Russia. A partire dall’incontro di Anchorage, Trump è diventato di fatto il portavoce delle richieste del Cremlino: Zelensky dovrebbe accettare il ritiro ucraino dal Donbass, con la conseguente cessione di territori — occupati e non — e una drastica riduzione delle forze armate di Kiev, in cambio di garanzie di sicurezza vaghe e non credibili contro una futura aggressione.

Il secondo attacco all’Europa è stato messo nero su bianco nella Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS), firmata dal presidente Trump alla fine di novembre. In questo documento si evoca l’imminente scomparsa della civiltà europea a causa tanto delle “attività dell’UE che minano la libertà politica e la sovranità”, quanto delle “politiche migratorie che stanno trasformando il continente”. L’Unione europea non è più descritta come un alleato, ma viene apertamente dipinta come un nemico. Per questo motivo, l’amministrazione USA ha intenzione di sostenere attivamente le forze estremiste e antieuropee, che rappresenterebbero l’unica “salvezza” della civiltà europea. L’obiettivo di Trump è evidentemente quello di mettere al governo in Europea forze politiche compiacenti e ben disposte ad accettare un pieno vassallaggio verso Washington.

Una terza, e per certi versi ancora più grave, minaccia all’Unione europea è rappresentata dalle rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia. La pretesa statunitense di esercitare un controllo diretto su un territorio appartenente a uno Stato membro dell’Unione europea — la Danimarca — introduce un elemento di destabilizzazione senza precedenti nei rapporti transatlantici. Le minacce di Trump di “prendersi” la Groenlandia con le buone o con le cattive, vale a dire attraverso l’uso della forza nei confronti di un alleato storico, segnano di fatto la fine dell’alleanza atlantica. Quest’ultima appare ormai come un involucro vuoto, all’interno del quale gli Europei sono costretti ad assumere posizioni puramente tattiche nel tentativo di contenere e gestire il nuovo e inatteso pericolo proveniente da Occidente.

In questo snodo cruciale della storia, il futuro dell’Unione — e delle stesse forze democratiche — appare sempre più legato a come gli Europei si porranno in relazione a due sfide: contenere le derive più aggressive e destabilizzanti dell’amministrazione statunitense ed impedire la vittoria di Putin nel conflitto in Ucraina. 

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è essenziale che l’Unione europea si erga a garante di quei valori fondamentali — Stato di diritto, democrazia e multilateralismo — che l’Amministrazione Trump appare sempre più determinata a calpestare. Per quanto concerne la Groenlandia, gli Europei devono rendere inequivocabile che qualsiasi tentativo di modificarne lo status attraverso pressioni, coercizione o l’uso della forza costituirebbe un’aggressione contro uno Stato membro, attivando di conseguenza l’obbligo di difesa collettiva dell’Unione nel quadro dell’art. 42, par. 7 TUE. L’eventuale istituzione, su richiesta della Danimarca, di una presenza deterrente europea in Groenlandia potrebbe aumentare il costo politico di qualsiasi azione ostile e dimostrare concretamente la disponibilità dell’Europa a difendere i propri Stati membri. Allo stesso tempo, l’Unione deve adottare iniziative incisive per contrastare ogni forma di ingerenza dell’Amministrazione americana a favore di forze antieuropee, ad esempio dando piena attuazione alla legislazione digitale e rafforzando le norme sulla pubblicità politica. Infine, è di cruciale importanza che l’Europa continui a promuovere la cooperazione internazionale e l’apertura degli scambi commerciali, anche nell’ottica di diversificare le proprie esportazioni e importazioni e ridurre le dipendenze strategiche dagli USA. In questo senso, l’approvazione dell’accordo con il Mercosur rappresenta una notizia positiva.

Un fronte ancora più decisivo per il futuro dell’Europa resta il conflitto in Ucraina, i cui esiti restano estremamente incerti. Se l’Unione e gli Stati europei saranno in grado di sostenere con ogni mezzo la resistenza di Kiev, impedendo che venga costretta alla resa, l’Europa darà una prova straordinaria di autodeterminazione politica e sarà possibile rilanciare il processo di integrazione. Se invece Putin dovesse prevalere, grazie al sostegno di Trump, la sicurezza del continente sarà definitivamente compromessa, insieme alle prospettive di integrazione, e nuovo sangue sarà destinato a scorrere in tutta Europa non appena la Russia sarà pronta a sferrare il prossimo attacco.

Un momento importante per comprendere i possibili sviluppi del conflitto ucraino è stato segnato dall’ultimo Consiglio europeo di dicembre. La questione centrale sul tavolo dei leader era il finanziamento della resistenza ucraina, le cui risorse sono destinate a esaurirsi entro marzo a causa della fine del sostegno statunitense. La proposta più avanzata, inizialmente sostenuta dal cancelliere Merz, prevedeva la conversione dei beni russi congelati in Europa in garanzie per un “prestito di riparazione” destinato a coprire una parte rilevante dei costi di difesa e ricostruzione dell’Ucraina. Questa opzione avrebbe permesso di mobilitare fino a 200 miliardi di euro e di inviare un chiaro messaggio a Mosca e a Washington sulla determinazione dell’Unione di sostenere Kiev costi quel che costi. La proposta, tuttavia, si è scontrata con le logiche intergovernative del Consiglio ed è stata scartata a causa dell’opposizione del Belgio e delle riserve di Paesi chiave come Italia e Francia.

La soluzione adottata è stata quindi un prestito di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, finanziato tramite nuovo debito comune garantito dal bilancio UE. Gli asset russi, congelati a tempo indeterminato, potranno eventualmente essere utilizzati in futuro per ripagare il debito europeo. La nuova emissione di eurobond è stata possibile grazie all’astensione di alcuni Stati membri, tra cui Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che hanno però annunciato che non contribuiranno al rimborso. L’esito del Consiglio va letto in chiaroscuro: è fondamentale che l’Unione continui a sostenere Kiev attraverso debito comune, ma le spese militari ucraine – 53 miliardi di euro nel solo 2025 – non saranno coperte integralmente, anche a causa dell’aumento dei costi dell’industria della difesa e delle enormi spese civili. Di fronte alla pressione di Putin, Trump e delle forze sovraniste, l’Europa sarà dunque chiamata a rafforzare ulteriormente il proprio sostegno a Kiev, respingendo ogni ipotesi di appeasement e dimostrando che sul campo la Russia non può vincere.

In questo contesto estremamente pericoloso, nel quale gli Europei sono chiamati a gestire crisi sempre più gravi e frequenti, si riafferma con forza la necessità di un vero salto politico, vale a dire di una trasformazione dell’Unione in senso federale. Due sono, in particolare, le priorità di riforma. In primo luogo, lo sviluppo di una autentica competenza dell’Unione in materia di politica estera e di sicurezza, esercitata attraverso decisioni assunte a maggioranza e non più subordinate all’unanimità degli Stati membri. In secondo luogo, la creazione di una capacità fiscale autonoma dell’Unione, indipendente dai bilanci nazionali, in grado di rendere credibile e sostenibile il ricorso all’indebitamento comune, dal quale tanto l’Unione quanto l’Ucraina potrebbero dipendere in misura crescente nel prossimo futuro.

Per questo motivo è stata particolarmente importante la decisione del Parlamento europeo di approvare, il 25 novembre, una risoluzione sugli aspetti istituzionali del Rapporto Draghi, che rinnova la richiesta di riforma dei Trattati già avanzata nella precedente legislatura. Senza riforme istituzionali, infatti, le proposte sulla competitività contenute nei rapporti Draghi e Letta non possono trovare piena attuazione.  In questo modo il Parlamento europeo ha riaperto il dibattito politico sulle riforme dei Trattati e sulla necessità che l’Unione si renda capace di rispondere in modo efficace alle sfide geopolitiche, economiche e strategiche del nuovo mondo dominato dalla politica di potenza. Un’occasione importante per accelerare questo processo di riforma istituzionale potrebbe essere la prospettiva di un’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione, da inserire tra le condizioni di un accordo di pace negoziato con la partecipazione di Kiev e delle istituzioni UE.

Come ci ricorda il Manifesto “All’Europa serve una Dichiarazione di Indipendenza” promosso dal Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa (rilanciato il 18 ottobre 2025 alla Maison Jean Monnet, Houjarray / Bazoches-sur-Guyonne, Francia) e sottoscritto da molte personalità europee tra cui Josep Borrell, Domènec Ruiz Devesa, Danuta Hübner, Enrico Letta, Pasca Lamy, Guy Verhofstadt, Robert Menasse, Javier Cercas, Hans-Gert Pöttering, e molti altri, è tempo che l’Europa prenda n mano il proprio destino, concretamente, creando una propria capacità di azione e di difesa.

La Lettera Europea, insieme all’Unione dei Federalisti Europei (UEF), invita tutti gli interessati ad aderire al Manifesto che invita alla “creazione di una coalizione pro-europea rinnovata, transpartitica e interistituzionale, comprendente gli Stati membri più impegnati all’interno del Consiglio europeo, la maggioranza pro-europea nel Parlamento europeo e nei parlamenti nazionali, la Commissione europea, nonché le istituzioni regionali e locali, superando le inerzie proprie di ciascuna istituzione, e la società civile organizzata pro-europea. Li invitiamo tutti a mobilitarsi a livello locale, nazionale e transnazionale per sostenere queste rivendicazioni a favore di un’Unione più sovrana e più democratica”. Cliccare qui per sottoscrivere il documento.