L'ULTIMA LETTERA EUROPEA
N. 89 Aprile 2026 | Caos globale alternativa europea
Lo scoppio della terza guerra del golfo con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele al regime degli ayatollah in Iran ha accelerato ulteriormente il processo di destabilizzazione dell’ordine globale sotto molteplici aspetti. Innanzitutto, questa guerra segna l’ennesima grave violazione delle norme internazionali sul divieto dell’uso della forza tra gli Stati, normalizzando sempre di più la legge del più forte e legittimando indirettamente l’uso della violenza da parte di potenze autoritarie, a partire dal regime di Vladimir Putin, ancora impegnato nel tentativo di piegare la resistenza ucraina e proiettare il suo progetto neo-imperiale sul resto dell’Europa.
In secondo luogo, l’attacco all’Iran destabilizza profondamente l’equilibrio geopolitico dell’intera regione mediorientale, innescando una dinamica di escalation che tende rapidamente a estendersi oltre i confini iniziali del conflitto. Nonostante l’inferiorità sul piano militare e tecnologico, il regime iraniano ha dimostrato una notevole resilienza e una significativa capacità di azione asimmetrica. Gli attacchi contro diversi Paesi vicini — tra cui Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Bahrein e Oman — rispondono alla logica di ampliare la spirale conflittuale regionale, aumentando al contempo il costo politico del conflitto per gli attori coinvolti.
Gli effetti economici della guerra, poi, rischiano di essere ancora più gravi. La chiusura per oltre un mese dello stretto di Hormuz — snodo cruciale per il transito delle forniture energetiche nella regione — ha già innescato una corsa del costo del gas e del petrolio a livello globale, con effetti a catena su produzione industriale, trasporti e inflazione. In un contesto internazionale già segnato da fragilità strutturali e tensioni commerciali, la guerra in Iran rischia di innescare rapidamente una crisi sistemica capace di colpire in modo asimmetrico, ma diffuso, tutte le economie del mondo.

L’aspetto più inquietante di questa guerra è però un altro: Donald Trump, l’uomo più potente del mondo, alla guida della principale potenza militare globale, è riuscito a trascinare il proprio Paese in un conflitto privo di una reale strategia, cioè senza aver definito con chiarezza gli interessi da perseguire e gli obiettivi da raggiungere. Il risultato è stato l’impantanamento in una guerra senza una credibile via d’uscita. La situazione appare ancora più grave se si considera che la decisione di attaccare l’Iran è dipesa in larga misura da pressioni esterne, in particolare da parte del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, interessato a mantenere il proprio Paese in uno stato di guerra permanente al fine di consolidare il proprio potere.
Dopo un mese di conflitto e una serie di ultimatum volti ad ottenere una resa incondizionata di Teheran, gli Stati Uniti sono stati costretti a concordare una tregua con il regime iraniano, rimasto saldamente al potere nonostante l’eliminazione di numerosi suoi esponenti di vertice, inclusa la guida suprema Ali Khamenei. Il goffo tentativo di disimpegno dal conflitto, dettato dai timori sulle conseguenze economiche della guerra e dalla consapevolezza di non poter prevalere sul terreno, finisce così per certificare ancora una volta l’inaffidabilità e la debolezza degli USA, incapaci di sostenere nel tempo le proprie decisioni. Si conferma così il declino della potenza americana: gli Stati Uniti hanno di fatto abdicato al proprio ruolo di garanti dell’ordine globale, muovendosi in modo reattivo e disordinato, secondo una logica che appare al tempo stesso autolesionista e profondamente destabilizzante per il resto del mondo. Non da ultimo, l’attacco all’Iran è stato deciso dal Presidente senza l’autorizzazione del Congresso, in aperto dispregio delle norme costituzionali che dovrebbero limitare il potere esecutivo: un ulteriore segnale della deriva illiberale che caratterizza oggi l’America di Donald Trump.
Da questo declino non possono che trarre vantaggio potenze come la Cina, che vede il suo alleato iraniano sopravvivere l’attacco della superpotenza americana, e la Russia che cerca di riprendere fiato nel conflitto ucraino rifornendo le proprie casse grazie all’aumento dei prezzi dell’energia.

E l’Europa? In questo scenario drammatico, tanto l’Unione quanto i suoi Stati membri sono rimasti impotenti e disorientati, prigionieri delle proprie dipendenze esterne — a partire da energia e difesa — e paralizzati da persistenti divisioni interne. Questa debolezza si è resa evidente dal crescente nervosismo dei governi nazionali: spaventati dalle conseguenze del conflitto sul potere d’acquisto delle famiglie e sulle prospettive di crescita economica, molti leader hanno promosso iniziative unilaterali, organizzando ad esempio missioni nel Golfo per garantirsi approvvigionamenti energetici preferenziali e ricorrendo a misure tampone, come la riduzione delle tasse sui carburanti e l’elaborazione di piani di razionamento del gas e del cherosene.
L’Unione europea non ha fatto di meglio: non potendo agire sulle cause del conflitto, in mancanza di una politica estera ed energetica comuni, le istituzioni UE non sono neanche riuscite a concordare alcune misure minime, come la sospensione del sistema ETS per le imprese più colpite dal caro energia o l’introduzione di una tassazione comune sugli extraprofitti energetici. In questo contesto la maggior parte dei governi non ha fatto altro che sperare, paradossalmente, che l’aggravarsi dei costi della guerra per le famiglie americane inducesse Trump ad accettare una tregua in grado di normalizzare gli approvvigionamenti energetici a livello globale. È l’immagine plastica della debolezza europea: confidare nel rinsavimento o nella bontà del proprio boia senza neanche cercare di togliere la testa dal cappio.
Non tutti fortunatamente la pensano così. In questo momento cruciale, sono molte le voci nel dibattito pubblico che invocano il superamento dell’impasse e il lancio di un’iniziativa politica che segni il primo passo verso la creazione di una reale autonomia strategica dell’Unione.

L’obiettivo è quello di creare una vera sovranità europea e le riforme necessarie per costruirla sono note. Nell’immediato bisogna dare attuazione ad alcune misure urgenti: lo sviluppo di una politica europea dell’energia fondata su investimenti comuni in rinnovabili e nucleare, acquisti congiunti di prodotti energetici e lo sviluppo di infrastrutture integrate; il completamento dell’unione dei mercati dei capitali e dell’unione bancaria; il rafforzamento dell’industria europea della difesa.
Parallelamente, sono indispensabili alcune riforme istituzionali decisive: l’estensione del voto a maggioranza qualificata in materia di politica estera e fiscale, al fine di dotare l’Unione di una reale capacità decisionale e di autonomia finanziaria. Si tratta di quel “federalismo pragmatico” già evocato a più riprese da Mario Draghi, che può costituire il progetto politico di riferimento per le forze progressiste determinate a opporsi al declino europeo e a un futuro di subordinazione alle potenze autoritarie.
Il tempo stringe, ma non tutto è perduto: l’Europa può ritrovare la propria bussola se le forze politiche progressiste sapranno riconoscere che il vero obiettivo strategico è il rilancio dell’integrazione politica europea, nella direzione della creazione di un nucleo di potere federale autonomo dagli Stati membri. Sono diversi gli attori che possono iniziare questo processo: i governi più lungimiranti, la Commissione europea o lo stesso Parlamento. Un’iniziativa forte di carattere politico, che indicasse la volontà di agire finalmente come una potenza unita contribuirebbe non solo a contenere le pressioni esterne degli Stati Uniti e della Russia, ma anche a contrastare l’ascesa delle forze antieuropee ed euroscettiche che insidiano l’Unione dall’interno.