N. 49 Novembre 2008 | Agli equilibri mondiali manca un polo europeo

Negli ultimi mesi il mondo è stato scosso da due gravi crisi. La prima, di carattere militare e con implicazioni politiche regionali, è quella legata al conflitto tra Russia e Georgia. La seconda, di natura finanziaria e con un impatto economico globale, è legata al crollo di numerosi colossi bancari e delle borse in tutto il mondo. Si tratta di due crisi di gravità molto diversa per quanto riguarda le implicazioni e l’impatto che stanno avendo sui nostri paesi, ma accomunate dal fatto di essere il prodotto del profondo mutamento in atto negli equilibri mondiali. Entrambe hanno contribuito a far cadere il velo che ancora celava la fine dell’unipolarismo americano, aprendo così scenari nuovi ancora difficili da definire.

Un fatto è certo. La strategia perseguita dagli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione Sovietica non solo si è esaurita, ma è sostanzialmente fallita. Infatti l’obiettivo principale di questa strategia, cioè quello di preservare l’egemonia americana, non è stato raggiunto sia perché altre potenze emergenti hanno iniziato ad imporre di fatto la condivisione della leadership internazionale, sia perché il modello di potenza mondiale guida incarnato dagli USA è entrato in crisi mostrando i propri limiti intrinseci e raccogliendo sempre meno consenso. Sul piano economico e finanziario il tentativo americano di usare la propria superiorità per sfruttare i mercati emergenti non ha tenuto conto della capacità dei maggiori tra essi, in particolare della Cina, di volgere a proprio vantaggio la logica del liberismo. Mentre sul piano strategico-militare gli USA, perseguendo un velleitario disegno egemonico globale, hanno escluso la possibilità di cooperare su un piano di parità con altri Stati in grado di esercitare un’influenza anche solo a livello regionale. Perno centrale di questa strategia è stata la prospettiva del riarmo, per accrescere ulteriormente il divario tra se stessi e il resto del mondo in campo militare, con l’obiettivo innanzitutto di assumere il controllo dell’area mediorientale, strategica per le riserve energetiche, e di isolare e neutralizzare la Russia – la sola potenza nucleare in grado di sfidare Washington – sfruttando a questo scopo l’allargamento dell’Unione europea e della NATO. Se il fallimento della politica americana in Medio Oriente è sotto gli occhi di tutti, la Russia, da parte sua, con l’intervento in Georgia ha dimostrato definitivamente che anche il tentativo di mantenerla in posizione subordinata non ha funzionato. Tra l’altro, questo intervento ha messo in evidenza, al di là delle dichiarazioni di principio, come l’America non sia in grado di proteggere i propri alleati nella misura in cui è già fortemente impegnata su un altro fronte e ha mandato sotto questo profilo un chiaro segnale ai paesi dell’Est europeo.

La Russia emerge così da questa crisi confermando ulteriormente di avere riacquisito il proprio status di potenza regionale e di essere determinata ad avere un forte peso sulle vicende mondiali. Essa ha di fatto messo in crisi il piano americano che mirava ad accerchiarla tramite la NATO, sia perché ha saputo ristabilire rapporti privilegiati con alcuni dei paesi che gli USA speravano di trasformare in propri alleati, come per esempio il Kazakhstan, sia perché la stessa “vecchia Europa” ad un certo punto ha scelto di non sostenere fino in fondo la linea statunitense e ha incominciato a temporeggiare sull’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nell’alleanza atlantica. Inoltre, con l’affermazione del proprio controllo in Ossezia del Sud e in Abkhazia, Mosca ha sconfitto definitivamente il piano statunitense, che mirava a limitare il suo controllo sul Mar Nero e sui gasdotti che riforniscono l’occidente e, di riflesso, ha inferto un duro colpo ad una politica energetica europea più autonoma e diversificata.

Tutto questo non significa un ritorno al clima di tensione analogo a quello della guerra fredda. Non solo non c’è più, come in quegli anni, uno scontro ideologico che rifletta e accentui la divisione del mondo in aree nettamente separate e contrapposte, ma soprattutto esiste una pluralità di grandi Stati emergenti come potenze regionali che porta in prospettiva nella direzione non di un confronto bipolare ma di un multipolarismo dai contorni ancora indefiniti. Inoltre, nonostante la perdita di potere da parte degli Stati Uniti, questi sono tuttora superiori sul piano economico, tecnologico e militare rispetto a qualsiasi altro paese nel mondo e costituiscono il punto di riferimento principale di tutti gli equilibri internazionali. La Russia non può quindi aspirare a tornare ad essere una potenza in grado di sfidare gli USA sul piano globale – né effettivamente essa ha interesse a perseguire un simile disegno. Tuttavia, tutto ciò non deve nascondere il fatto che la Russia, oltre ad avere un forte peso economico come paese fornitore di materie prime, è anche la seconda potenza nucleare del pianeta, in grado di costituire una minaccia per l’America, e che la possibilità di affrontare efficacemente il problema della proliferazione e della riduzione degli arsenali nucleari passa attraverso un accordo con Mosca; né può far dimenticare agli europei che è proprio il loro continente l’area su cui la tensione può concentrarsi, per le stesse ragioni geostrategiche valide durante la guerra fredda e oggi rafforzate dall’ampia dipendenza dei nostri paesi dal gas russo.

L’interesse dell’Europa in questo nuovo quadro mondiale che si inizia a delineare è quindi molto chiaro. La contrapposizione tra USA e Russia costituisce una minaccia gravissima e la sua priorità deve essere quella di agire in modo da evitarla: ciò richiede da parte degli europei una ridefinizione delle proprie relazioni con entrambe le superpotenze nucleari. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si tratta di reinventare una nuova partnership. È l’America stessa ad avere per prima il problema di ripensare i propri rapporti con l’Europa, ma questi rapporti dipenderanno innanzitutto dalla capacità degli europei di diventare un polo politico responsabile, in grado di giocare un ruolo rilevante negli equilibri di potere mondiale. Finché rimarrà un’area politicamente debole, priva di una politica estera e di difesa veramente unitaria, l’Europa rappresenterà non una risorsa per il mondo, ma un problema, ed in particolare costringerà gli USA a imperniare la propria politica internazionale sulla necessità di farsi carico della sicurezza europea: un peso, questo, che l’America non è più in grado di reggere e che rischia di schiacciarla. È fonte di enormi rischi che gli europei non se ne rendano conto e non agiscano di conseguenza, facendo finalmente quel salto politico che solo può renderli autonomi: la creazione di uno Stato federale.

La stessa Russia trarrebbe enormi vantaggi dall’esistenza di un’Europa forte ai propri confini: il vuoto di potere europeo alimenta infatti le tendenze più aggressive tradizionalmente presenti nella storia politica russa, indebolendo le chances di evoluzione in senso democratico delle istituzioni e della società di questo grande paese euro-asiatico e rafforzandone la linea di governo autocratica. Non va inoltre dimenticato che l’interesse della Russia è ormai quello di integrarsi pienamente con l’Occidente, e che l’Europa rappresenta l’unico tramite possibile di questa integrazione. Ma, per svolgere questo ruolo cruciale, gli europei dovrebbero perseguire una politica continentale coerente e responsabile che oggi nell’Unione europea a ventisette è impensabile.

La creazione di uno Stato federale europeo è un’esigenza per gli europei e per il mondo ormai da molti decenni. In particolare, l’assenza di un effettivo polo europeo in campo internazionale in questi anni è stata una delle cause principali delle crescenti difficoltà degli Stati Uniti costretti a giocare un insostenibile ruolo di potenza globale in campo politico, economico e culturale. Oggi non è tempo, come lasciano intendere alcuni governi europei, di compiacersi della debolezza americana nella speranza di poter vedere accresciuto il proprio ruolo sullo scacchiere internazionale, come UE e come singoli paesi. Non sono gli europei a guadagnare in termini relativi un po’ di potere, è ormai l’intero Occidente a perderne in termini reali rispetto al resto del mondo. E in Occidente saranno gli europei, una moltitudine divisa in tanti anacronistici Stati inadeguati, a dover inevitabilmente pagare il prezzo più alto di questa nuova situazione.

Il destino degli europei resta pertanto legato per ragioni storiche e geografiche a quello degli Stati Uniti e a quello della Russia: rispetto ai primi per il ruolo positivo che potrebbero giocare insieme su scala mondiale per contribuire a disinnescare le crisi globali che incombono sull’umanità; rispetto alla seconda per l’importanza che la sua integrazione con l’Occidente rappresenta per la sicurezza e la pace mondiali. Ma il futuro ruolo dell’America e le prospettive di integrazione della Russia dipendono, oggi più che mai, dalla capacità europea di dar vita, a partire evidentemente da un primo nucleo di paesi pronti a farlo, ad un solido Stato federale.

Publius

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