N. 46 Dicembre 2007 | Il nodo della difesa europea

Tre problemi non possono più essere elusi: il potere necessario per affermare l’indipendenza dell'Europa nel campo della sicurezza; il quadro in cui diventerebbe perseguibile la creazione di tale potere; la creazione di uno stato maggiore che dipenda direttamente da un potere sovrano europeo.

Gli appelli a favore di una difesa europea lanciati da più parti, e in particolare dal Presidente della Repubblica francese Sarkozy, sono una conferma, qualora ce ne fosse bisogno, del fatto che questa non esiste ancora e che ormai nessun paese europeo da solo può garantire la propria sicurezza e contribuire a promuovere la pace. Questi appelli hanno però un grave limite: ignorano, o fingono di ignorare, che il nodo della difesa europea non può essere sciolto finché non si superano le sovranità nazionali e mirano a conservare, o al massimo ad approfondire, la cooperazione tra i paesi europei nell’ambito dei tradizionali trattati internazionali.

Nel luglio del 1951, rivolgendosi agli europei da poco usciti dal disastro della seconda guerra mondiale, l’allora generale Eisenhower li aveva esortati a diventare subito “truly a unit”, creando “a workable European federation”. Secondo Eisenhower, era infatti illusorio e ingannevole parlare di difesa e sicurezza europea solo in termini di cooperazione, in quanto questa non solo si sarebbe rivelata a lungo andare inadeguata, ma avrebbe anche alimentato la sfiducia degli stessi popoli chiamati a sostenerla e stimolato le tentazioni di infiltrazione e sopraffazione da parte dei loro nemici. Più di cinquanta anni dopo, l’esortazione di Eisenhower resta ancora inascoltata; eppure, le ragioni che egli indicava agli europei per dare vita ad una vera federazione sono ancora storicamente e politicamente valide e urgenti. Ormai si tende infatti a dimenticare che la situazione di impossibilità della guerra che viviamo in Europa, almeno nell’ambito dell’Unione europea, non è solo il frutto dell’integrazione europea e dei suoi innegabili successi, ma è anche la conseguenza del ridimensionamento in termini di potere degli Stati europei rispetto agli USA e all’URSS nel corso del secolo scorso. In questo quadro, gli europei, da un lato sono stati costretti dai fatti ad avviare quell’era di cooperazione e integrazione, in una prospettiva di unificazione, che non erano riusciti a promuovere spontaneamente e razionalmente. Dall’altro, però, sono rimasti prigionieri di un ordine molto fragile, su cui oggi incombono sfide che, per gravità e dimensione, non sono meno pericolose di quelle del passato.

La speranza di molti europei che, una volta caduta l’URSS, la sicurezza militare potesse essere mantenuta sul continente europeo e fuori di esso da un esercito multinazionale sotto la leadership americana, si è presto rivelata infondata. In pochi anni la paura per una guerra globale è stata sostituita da quella per la crescente instabilità che si traduce in un aumento vertiginoso del numero delle guerre guerreggiate, diventate limitate ma prive di sbocchi e diffuse ormai in quasi tutti i continenti. Si tratta di guerre che hanno già divorato e sono destinate a divorare crescenti risorse in termini umani, materiali e finanziari. Questo quadro, già di per sé preoccupante, secondo numerosi studi effettuati per conto di alcuni governi, è destinato a subire una ulteriore fragilisation in termini di sicurezza sotto la spinta principalmente di tre nuovi fenomeni. In primo luogo, la sovraesposizione militare della superpotenza americana, che è presente ormai in ben oltre cento paesi e che sta esaurendo le proprie possibilità di impegnarsi ulteriormente in altri eventuali compiti di polizia e controllo internazionale. In secondo luogo, il prevedibile aggravamento degli squilibri regionali a causa delle conseguenze negative prodotte dai cambiamenti climatici sull’ambiente e sulle economie, aggravamento che è destinato a coinvolgere un numero crescente di Stati in situazioni di tensione e disordine. Infine la competizione già ingaggiata dagli Stati per mantenere o garantirsi il controllo sui canali di approvvigionamento a sempre più scarse materie prime, che rischia di innescare pericolose politiche di riarmo, difensive nelle intenzioni, ma destinate ad avere imprevedibili sbocchi sul piano dell’evoluzione dei rapporti internazionali.

Vi è inoltre un altro aspetto cruciale della sicurezza internazionale che pone gli europei in una situazione di crescente pericolo, ed è quello dei rischi legati alla proliferazione delle armi di distruzione di massa e all’esercizio della dissuasione nucleare. Per quanto riguarda la proliferazione nucleare, non solo essa rischia di estendersi ad alcuni paesi ormai a tiro di missile dall’Europa, ma è ulteriormente aggravata dal mancato azzeramento della minaccia nucleare russo-americana che, secondo gli accordi Reagan-Gorbachev, avrebbe dovuto essere eliminata entro la fine del secolo scorso, he invece rischia di riaccendersi, come dimostra la disputa sull’installazione dello scudo anti-missile americano e il parallelo programma di rinnovamento dell’arsenale russo. Non bisogna poi dimenticare che la Russia e gli USA dispongono tuttora di un arsenale complessivo di oltre ventimila testate – di cui circa diecimila operative – e che sembra allontanarsi l’ipotesi di ridurlo a “poche” migliaia entro il 2012, come era stato programmato anni fa. In questa rinnovata escalation militare le responsabilità degli europei sono gravissime. Fu per contendersi l’Europa che USA e URSS intrapresero la corsa agli armamenti nucleari, e, oggi, è a causa della permanente debolezza dell’Europa che Russia e USA tornano nuovamente a confrontarsi nello scacchiere europeo. Il fatto è che gli europei, rinunciando a trasformare l’EURATOM, come aveva auspicato Monnet, nell’embrione di un’efficace agenzia sopranazionale europea in campo nucleare, ma, soprattutto, rinunciando a costruire, come era nelle loro possibilità, un governo soprannazionale continentale adeguato alle sfide dell’era nucleare, hanno causato due immensi danni: da un lato hanno creato un pericoloso vuoto di potere e dall’altro non hanno saputo indicare al mondo la via della pacificazione, dimostrando che gli Stati, dopo secoli di guerre, possono anche unirsi.

In queste condizioni, oggi, gli europei non sono in grado di definire e sostenere una posizione autonoma e autorevole nei confronti delle politiche nazionali di altri Stati nel settore nucleare e ogniqualvolta il problema della proliferazione assume i connotati di una potenziale crisi, come nel caso della Corea del Nord o dell’Iran, essi sono costretti semplicemente ad allinearsi alle posizioni della potenza dominante. Inoltre, la possibilità di una politica di dissuasione nucleare europea, che è un pilastro cruciale nell’ottica di una difesa europea indipendente, resta un tabù. La Germania, per prima, rifiuta qualsiasi proposta di coinvolgimento in un progetto ambizioso comune. D’altra parte il potere di dissuasione britannico è così integrato con quello americano da non poter neppure essere immaginato come europeo. Infine, l’attuale deterrente francese, che, se fosse già sotto il controllo di un potere europeo, sarebbe probabilmente anche nelle sue dimensioni attuali di per sé sufficiente per assolvere ad un ruolo mondiale, avendo scopi e possibilità di proiezione limitati alla sfera degli interessi nazionali francesi è semplicemente anacronistico.

In conclusione, da che cosa dovrebbero partire dunque gli europei per costruire davvero in modo indipendente la loro difesa? Alla luce di quanto abbiamo detto, tre sembrano essere i problemi che non possono più essere elusi. Essi sono nell’ordine: a) quello della definizione del potere che sarebbe necessario creare per affermare nei fatti, e non solo a parole, l’indipendenzaeuropea nel campo della sicurezza, nella consapevolezza che solo una volta diventati indipendenti gli europei potranno decidere il tipo di relazioni e le politiche da instaurare, in condizioni di equal partnership, nei confronti degli USA e degli altri poli mondiali; b) quello dell’individuazione del quadro in cui diventerebbe pensabile, e quindi perseguibile, la creazione di tale potere, ben sapendo che, così come non è pensabile oggi una difesa europea a Ventisette, allo stesso modo non è possibile una difesa europea con il coinvolgimento della Gran Bretagna – per citare il principale, ma non l’unico, paese contrario a questo sbocco della politica continentale europea; c) quello della creazione di uno stato maggiore della difesa europea, con capacità operative sia in campo convenzionale che nucleare, che dipenda direttamente da un potere sovrano europeo.

Solo nella misura in cui si aprirà un serio dibattito su questi problemi la questione della difesa europea potrà uscire dall’ambito della retorica ed entrare nella sfera dell’iniziativa politica. E solo una volta che un simile dibattito sarà finalmente avviato emergerà in tutta evidenza la scomoda verità europea che oggi si stenta a riconoscere: finché la Francia e la Germania non rinunceranno insieme alle loro ambigue politiche nazionali e non avvieranno insieme un’iniziativa persottoscrivere, con altri paesi fondatori, un Patto federale per dar vita al primo nucleo di uno Stato federale europeo, l’aspirazione europea all’indipendenza e alla cooperazione in equal-partnership con gli altri popoli è destinata a restare nel mondo dei sogni.

Publius

N. 46, Dicembre 2007

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