N. 87 Novembre 2025 | Superare lo stallo

L’Unione europea si trova in una situazione di stallo, minacciata tanto dall’esterno quanto dall’interno. Ai suoi confini infuriano guerre e si moltiplicano i focolai di crisi, mentre all’interno avanzano forze estremiste che mettono in discussione i risultati dell’integrazione europea e la stessa democrazia liberale. La minaccia più grave resta la Russia di Putin, il cui obiettivo strategico è dividere gli Europei e distruggere l’Unione che essi hanno costruito. In questo contesto, il sostegno politico, economico e militare all’Ucraina assume un valore decisivo non solo per la sicurezza del continente, ma anche per il futuro stesso del progetto europeo. Di fronte a governi nazionali paralizzati e spesso appiattiti su un europeismo di facciata, diventa indispensabile un’iniziativa coraggiosa delle istituzioni dell’Unione — a partire dal Parlamento europeo — capace di superare l’impasse, riaffermare la sovranità comune e rilanciare con forza un autentico progetto federale di riforma.

In un mondo dominato dalla logica della forza e dalla competizione tra grandi Stati continentali, l’Unione europea resta prigioniera della propria impotenza. Il problema è sempre lo stesso: l’Europa ha bisogno di agire prontamente e unita, ma non ci riesce. La crisi di Gaza rappresenta un caso emblematico di questa paralisi. Mentre le piazze europee si sono riempite di indignazione e manifestazioni che chiedono interventi per proteggere la popolazione civile e fermare l’eccidio del governo Netanyahu, l’Unione è rimasta spettatrice, divisa tra governi che invocavano sanzioni contro Israele e altri che si sono limitati a dichiarazioni di condanna. La voce dell’Europa, ancora una volta, non si è fatta sentire. Paradossalmente, un cambiamento nella situazione a Gaza sembrerebbe arrivare non grazie all’Europa, ma per iniziativa di Donald Trump — lo stesso leader che dall’inizio del suo secondo mandato ha garantito a Netanyahu la più ampia libertà d’azione militare. Oggi, spinto dal calcolo politico e dal desiderio di lasciare un segno nella storia, Trump si propone come mediatore, imponendo un cessate il fuoco e promuovendo un’amministrazione internazionale nella Striscia di Gaza.

Nel frattempo, l’Unione europea è attraversata da molteplici crisi interne ed esterne. La minaccia russa resta la più immediata. Gli attacchi contro l’Ucraina proseguono con violenza crescente, senza che da Mosca emerga alcuna reale volontà di cessate il fuoco, nonostante le promesse formulate da Putin a Trump nel corso dell’incontro di Anchorage il 14 agosto scorso. Al contrario, il Cremlino ha esteso il conflitto al territorio dell’Unione europea, attraverso una guerra ibrida fatta di attacchi cibernetici, campagne di disinformazione e violazioni ripetute dello spazio aereo mediante droni, in particolare sopra aeroporti in Danimarca e Germania. L’obiettivo di Putin appare evidente: testare la capacità di reazione dell’Europa, infliggere danni economici e alimentare la tensione in un’opinione pubblica già polarizzata tra chi invoca fermezza verso Mosca e chi, al contrario, minimizza la minaccia, chiedendo un accomodamento con la Russia.

In questo scenario, l’Unione si trova di fronte alle proprie responsabilità ed è chiamata a compiere delle scelte. Innanzitutto, non può abbandonare Kiev al suo destino. Il collasso della resistenza ucraina aprirebbe la strada a nuove mire espansionistiche del Cremlino, dirette verso la Moldavia e i Paesi baltici, con conseguenze devastanti per la sicurezza europea. Per questa ragione, Bruxelles ha cercato negli ultimi mesi di mantenere Trump impegnato nel sostegno a Kiev, pur conoscendo le sue simpatie personali per il leader russo. Parallelamente, l’Unione ha cercato di compensare il disimpegno americano acquistando direttamente armamenti statunitensi da destinare alle forze ucraine. In secondo luogo, l’Europa deve ripensare in modo profondo la propria architettura di difesa, soprattutto alla luce del crescente disimpegno statunitense nella NATO. Qualcosa si muove: il piano di riarmo europeo lanciato lo scorso marzo dalla Commissione ha previsto l’emissione di €150 miliardi di nuovo debito europeo per finanziare l’acquisto congiunto di materiale militare, rafforzando la cooperazione e l’interoperabilità tra le forze armate nazionali. Anche l’idea di un “muro di droni”, avanzata dalla Presidente della Commissione europea per proteggere i confini dell’Unione da possibili incursioni russe, rappresenta un passo nella giusta direzione.

Tuttavia, il nodo politico resta irrisolto. Gli Stati membri non intendono compiere concessioni significative in materia di governance: le decisioni sulla difesa richiedono l’unanimità, e questo vincolo paralizza la capacità collettiva, bloccando ogni ambizione di autonomia strategica. A ciò si aggiunge la questione delle risorse: il bilancio dell’Unione, già modesto, non può sostenere una credibile politica di difesa comune. Solo i Paesi più forti potranno riarmarsi, aggravando le disparità interne e minando la coesione politica dell’Unione. Il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) presentato dalla Commissione a luglio si è rivelato inadeguato: l’aumento proposto del bilancio, di pochi decimali di PIL, appare irrisorio di fronte alle sfide attuali. Ecco, dunque, l’impasse: mentre l’opinione pubblica e numerosi osservatori invocano un salto di qualità nel processo d’integrazione, l’Unione rimane bloccata da governi che non sanno o non vogliono investire il proprio capitale politico nel rilancio del progetto europeo.

La paralisi è particolarmente evidente nei due Paesi che storicamente hanno rappresentato il motore dell’integrazione: Francia e Germania. In Francia, la crisi istituzionale seguita alle elezioni legislative del 2024 ha prodotto un’Assemblea nazionale frammentata e incapace di esprimere una maggioranza stabile. Il governo non riesce ad approvare il bilancio né a definire una strategia coerente. Il presidente Macron, che aveva fatto della “sovranità europea” il pilastro della propria visione politica, appare oggi indebolito, mentre l’ascesa del Rassemblement National minaccia di compromettere la vocazione europea della Francia. In Germania, la grande coalizione guidata da Friedrich Merz è concentrata sulla gestione di un’economia stagnante e sul tentativo di frenare l’ascesa dell’estrema destra di AfD, oggi primo partito nei sondaggi. L’impegno europeo del cancelliere resta prudente: Berlino ha respinto finora l’ipotesi di nuove emissioni di debito comune e ha accolto con freddezza la proposta della Commissione per il QFP 2028–2034.

Ormai ci troviamo in una nuova fase del processo d’integrazione europea, in cui gli Stati membri non possono più essere il motore dell’avanzamento, ma ne rappresentano un ostacolo. Intrappolati nelle proprie crisi, mancano della coesione e delle capacità necessarie per guidare il rilancio dell’Unione. In questa fase di stallo, spetta alle istituzioni europee — Parlamento in primis — assumersi la responsabilità di rilanciare il progetto di unificazione politica dell’Europa. Ciò significa sviluppare strategie ed iniziative per conquistare progressivamente un margine di autonomia politica sempre maggiore rispetto agli Stati membri al fine di consolidare una sovranità europea ancora insufficiente. Nelle ultime settimane, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che chiede una risposta unitaria alle violazioni russe dello spazio aereo europeo, nonché la creazione di una vera Unione della difesa fondata su strutture comuni di comando, logistica e intelligence, in grado di dare piena attuazione alla clausola di difesa collettiva prevista dall’articolo 42(7) TUE.

Proseguendo su questa strada è fondamentale che il Parlamento europeo faccia pieno uso delle prerogative riconosciutegli dai Trattati, esercitando se necessario il proprio diritto di veto sull’adozione del bilancio annuale e del quadro finanziario pluriennale, al fine di garantire due richieste prioritarie. In primo luogo, il prossimo QFP dovrà avere una dimensione adeguata — pari ad almeno il 2% del PIL dell’Unione — per finanziare beni pubblici europei, a partire da difesa, competitività e tutela dell’ambiente. In secondo luogo, il Consiglio europeo dovrà convocare una Convenzione per la modifica dei Trattati ai sensi dell’articolo 48 TUE, come già richiesto dal Parlamento nella risoluzione del 22 novembre 2023. Con l’apertura del cantiere delle riforme istituzionali, il Parlamento dovrà ribadire alcune priorità irrinunciabili, tra cui il superamento dell’unanimità nel voto in Consiglio e il conferimento all’Unione di una vera capacità fiscale.

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