L’accelerazione dei processi storici a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi sta rendendo sempre più evidente come l’Europa debba diventare capace di agire come uno Stato federale davanti alle minacce soverchianti che, da ogni lato, mettono in pericolo la sicurezza e il benessere dei suoi 450 milioni di cittadini. Purtroppo, l’attuale assetto istituzionale, ancora fondato in gran parte su un sistema decisionale di stampo intergovernativo, costringe l’Unione a lottare per la propria sopravvivenza bloccata dagli interessi contrastanti di breve periodo dei 27 Stati membri.
La situazione è notoriamente precipitata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: la nuova amministrazione americana è passata dalla politica del disimpegno dallo scenario europeo, alla politica di potenza nei confronti del vecchio continente: l’obiettivo è instaurare nuove relazioni transatlantiche fondate sull’assoggettamento dell’Europa alla dottrina dell’“America First”. Questo cambiamento di paradigma sta già producendo conseguenze gravissime, in particolare sul piano della sicurezza e su quello economico.
Nel caso del conflitto in Ucraina, le dichiarazioni di Trump, a tratti apertamente ostili verso Zelensky, hanno contribuito a rendere del tutto incerto il futuro della resistenza di Kiev contro l’invasione russa. Infatti, sebbene il supporto militare e tecnologico degli Stati Uniti resti, per ora, essenziale — soprattutto per quanto riguarda l’intelligence e le capacità satellitari — l’impegno politico e finanziario è stato fortemente ridimensionato Di fronte a questa situazione, l’Unione Europea si è trovata costretta a colmare il vuoto lasciato dagli Americani. Il tentativo di mantenere vivo il sostegno all’Ucraina procede, tuttavia, a fatica, con profonde divisioni tra gli Stati membri, disparità nei contributi militari e un coordinamento politico spesso blando.

Nel tentativo di “compiacere” Trump e di garantirsi almeno un livello minimo di sostegno USA, i Paesi europei hanno accettato di acquistare armi americane da consegnare a Kiev e di aumentare le loro spese per la difesa, portandole verso il 5% del PIL in 10 anni. Il vertice NATO dell’Aia di fine giugno, che ha definito questo impegno, è stato segnato da un atteggiamento europeo eccessivamente accondiscendente verso l’amministrazione USA, reso plasticamente dai comportamenti servili del segretario della NATO Mark Rutte verso Donald Trump. Allo stesso tempo, il piano di riarmo europeo si sta traducendo soprattutto in un rafforzamento asimmetrico degli eserciti nazionali con nessuna reale iniziativa volta a sviluppare una difesa comune.
Altrettanto cruciale è la crescente tensione economica tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, divenuta ormai un vero e proprio braccio di ferro commerciale. L’amministrazione Trump sta cercando di introdurre un ampio sistema di dazi nei confronti di tutte le importazioni estere, onde ridurre il deficit commerciale americano, promuovere la reindustrializzazione interna e soprattutto trovare le risorse necessarie per coprire i costi del “Big beautiful bill”, la nuova legge di bilancio da poco approvata al Congresso, che provocherà un aggravio pesante del deficit federale. I massicci sgravi fiscali per le fasce più abbienti e l’importante aumento delle spese nel settore della difesa e della lotta all’immigrazione, infatti, non potranno certo essere compensati dai drastici tagli al welfare previsti nella legge.
In una lettera indirizzata alla Commissione europea, Trump ha minacciato l’introduzione di dazi generalizzati del 30% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti — una misura che, se adottata, avrebbe un impatto assimilabile a un embargo per molti settori dell’export europeo, colpendo in particolare l’automotive, la chimica e l’agroalimentare; ma, nonostante questa pressione crescente, la Commissione europea ha finora adottato un approccio cauto, se non remissivo.

A maggior ragione per il fatto che il negoziato con l’Amministrazione americana si interseca con le questioni della sicurezza e della dipendenza europea da Washington in tanti settori chiave, Bruxelles è consapevole di non avere la capacità e il peso politico necessari per spostare il negoziato dal piano tecnico delle normali negoziazioni sugli accordi commerciali a quello reale dei rapporti di forza, dove pure, data la dimensione del suo mercato, avrebbe margini effettivi di manovra. L’Unione si muove pertanto nel tentativo di evitare un’escalation immediata, tollerando anche una serie di concessioni unilaterali. Tra queste, spicca l’esenzione concessa alle imprese statunitensi dalla minimum tax del 15% sulle multinazionali, precedentemente concordata in sede OCSE.
Il problema, ancora una volta, è che il fronte europeo è tutt’altro che compatto e non garantisce copertura politica alla Commissione: alcuni Stati membri, economicamente più esposti alla ritorsione americana, spingono per una linea più conciliante; altri chiedono maggiore fermezza e l’immediato avvio di contromisure. Tuttavia, questa fase di apparente attesa non potrà durare a lungo. Se entro il 1° agosto non sarà trovato un accordo accettabile, l’Unione Europea potrebbe trovarsi costretta a lanciare un pacchetto di contromisure, tra cui spiccherebbe la tanto discussa tassazione dei servizi digitali, una misura che colpirebbe direttamente le grandi piattaforme tecnologiche americane operanti in Europa. In gioco non c’è solo la tenuta del commercio transatlantico, ma la capacità dell’Unione Europea di difendere la propria sovranità economica in un ordine globale sempre più dominato dalla logica della forza.
La strategia di Trump si fonda d’altra parte su un linguaggio e su strumenti da “gangsterismo economico”: minacce, ricatti e imposizioni unilaterali. Se gli Stati europei vogliono prendersi cura dei propri cittadini e uscire dal vicolo cieco in cui li portano le reciproche divergenze dovranno accettare di dare all’Unione europea gli strumenti necessari per reggere il confronto con le altre grandi economie continentali.

In questo quadro complesso, la Commissione europea ha da poco pubblicato la sua proposta per il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) relativo al periodo 2028–2034. Si tratta di un tentativo volto a modernizzare il bilancio europeo e renderlo più adatto (o forse meno inadatto) ad affrontare le numerose minacce alla sopravvivenza dell’Unione. Si noti innanzitutto che il nuovo QFP dovrebbe raggiungere i 2.000 miliardi di euro, un importo di poco superiore rispetto all’attuale bilancio fissato nel 2020 a 1.074 miliardi di euro con l’aggiunta dei 750 miliardi di Next Generation EU. La nuova architettura finanziaria proposta prevede una forte razionalizzazione dei programmi di spesa, con l’obiettivo di semplificare l’amministrazione e rafforzare il controllo politico da parte della Commissione.
La proposta riflette inoltre un profondo mutamento delle priorità politiche dell’Unione. Sono previsti forti aumenti negli stanziamenti destinati alla gestione della migrazione e della difesa. Verrebbe istituito anche un nuovo Fondo europeo per la competitività, con una dotazione di 409 miliardi di euro, pensato per sostenere lo sviluppo delle tecnologie strategiche. Per quanto riguarda il finanziamento del bilancio, la Commissione propone di introdurre nuove “risorse proprie”. Tra queste figurano l’estensione delle carbon tax già previste dai meccanismi ETS e CBAM, l’introduzione di un contributo legato al mancato riciclo dei rifiuti elettronici, l’applicazione di una quota fissa sulle accise del tabacco e una tassa sulle grandi imprese con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro. Inoltre, è previsto che la Commissione possa indebitarsi fino a 150 miliardi di euro per concedere prestiti agli Stati membri destinati a finanziare progetti strategici comuni. Anche se molti osservatori la considerano una proposta di bilancio ambiziosa, in realtà restiamo distanti dagli obiettivi di spesa identificati chiaramente dal rapporto Draghi per promuovere la competitività europea nei confronti della concorrenza americana e cinese.
Il punto politico più importante, però, è che neanche questo minimo ammodernamento del bilancio europeo sembra destinato ad avere successo dovendo scontrarsi inevitabilmente con i limiti imposti dal quadro giuridico dei Trattati. Gli articoli 311 e 312 del TFUE conferiscono infatti un’impronta fortemente intergovernativa all’approvazione del bilancio pluriennale. In particolare, per quanto riguarda le risorse proprie, è richiesta l’unanimità dei governi sia a livello europeo, in seno al Consiglio, sia a livello nazionale, attraverso la ratifica parlamentare. Alla luce dei vincoli attuali, appare improbabile che il bilancio possa essere adottato nella versione proposta dalla Commissione, tanto più che esso ha già suscitato critiche da parte di diversi gruppi di interesse, del Comitato delle Regioni e di alcuni governi, fra cui quello tedesco.

Eppure, la questione politica di fondo – cioè la necessità vitale di superare lo status quo e di dotare l’Unione di strumenti minimi per garantire la propria sicurezza e competitività – resta un problema comune a tutti gli Stati membri, anche a quelli più riluttanti ad accettare una maggiore condivisione delle risorse e delle spese. L’Unione europea ha bisogno di un bilancio federale, di dimensioni sufficienti e soprattutto svincolato dai veti nazionali, per poter rispondere efficacemente alle sfide globali e interne, dalle quali dipende anche la stabilità politica ed economica dei singoli Paesi membri.
Forti di questa consapevolezza, le forze federaliste ed europeiste presenti nel Parlamento europeo devono sfruttare il negoziato sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) come leva strategica per rilanciare la battaglia per la riforma dei Trattati. Grazie all’articolo 312 TFUE, il Parlamento dispone infatti di un diritto di veto sull’approvazione del QFP: è fondamentale che questa prerogativa venga esercitata con determinazione per costringere i governi ad avviare la procedura di revisione dei Trattati, con l’obiettivo di dotare l’Unione di una vera capacità fiscale autonoma. Tale riforma dovrebbe passare, in particolare, attraverso l’estensione della procedura legislativa ordinaria all’approvazione della decisione sulle risorse proprie e del QFP stesso. Questa richiesta è stata già avanzata dalla Commissione AFCO nel quadro del progetto di revisione dei Trattati approvato dal Parlamento europeo nel novembre 2023.
Il Parlamento dovrà dunque mantenere il proprio veto sul QFP fino a quando il Consiglio europeo non accetterà di convocare una Convenzione per la riforma dei Trattati. In quel contesto, il Parlamento dovrà rilanciare con forza la battaglia costituente, ponendo al centro la creazione di una capacità fiscale propria dell’Unione. Una battaglia che dovrà essere sostenuta attivamente da tutti quei governi che vogliono fare uscire l’Europa dal vicolo cieco e rilanciare il processo di integrazione politica.