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Agosto 2015

 

 

 

 

Se serviva una dimostrazione che l'Europa non può fermarsi alla "manutenzione dell'esistente", per usare un'espressione del Primo ministro italiano Renzi, difficilmente si sarebbe potuto pensare ad un esempio migliore di quello offerto dalla crisi greca. Le settimane concitate che hanno preceduto l'accordo hanno mostrato come meglio non si poteva che l'assetto attuale dell'eurozona alimenta una spirale di sfiducia reciproca che richiede sforzi immensi per riuscire a trovare, ogni volta che è necessario, le soluzioni minime, che più che condivise appaiono spesso frutto di confronti di forza e lasciano ulteriori strascichi di rancori pericolosi. È il sistema stesso che oggi è alla base del funzionamento dell'area euro, il cosiddetto metodo intergovernativo (ossia la ricerca di accordi tra i governi, che pretende di supplire alla mancanza di poteri e strumenti europei sovranazionali federali), a creare di fatto il terreno di coltura dei movimenti anti euro e anti sistema, la cui demagogia ha gioco facile nello sfruttare la protesta e l'opposizione al cambiamento fintanto che la politica è confinata a livello nazionale.

Con questo non si vuole sminuire il valore positivo del risultato scaturito dall'accordo tra la Grecia e l'Eurogruppo. Si è evitata, infatti, un'uscita di Atene dall'euro, che avrebbe aperto scenari potenzialmente devastanti per tutti, e una bancarotta del paese, che avrebbe comportato costi enormi per i cittadini; e la scelta di Tsipras sembra aprirgli finalmente, e realmente, l'opportunità di far ripartire la Grecia con politiche di governo in grado di incidere sui tratti degenerati del sistema ellenico. Soprattutto, si è affermato il principio che la pretesa di mantenere una sovranità nazionale assoluta è incompatibile con l'appartenenza all'euro, come spiega bene Sabino Cassese (sul Corriere della Sera del 15 luglio): dopo la scelta libera, ma - una volta fatta - vincolante, di entrare a far parte di una comunità che condivide la stessa moneta, e quindi anche valori e principi, oltre che scelte politiche ed economiche, un governo non è più solo responsabile di fronte ai propri elettori, ma anche di fronte alla nuova comunità cui ha aderito (e ai popoli che la compongono). Le proteste che si sono levate contro l'offesa che sarebbe stata fatta alla democrazia greca non tengono conto che l'Europa - e soprattutto l'euro - sono dimensioni fondamentali della vita politica di un paese che ha deciso di farne parte, dimensioni da cui non si può prescindere fingendo di non aver compiuto un passo irreversibile di condivisione di sovranità; il punto è, semmai, quello che la condivisione di sovranità deve essere resa esplicita per tutti, e sorretta dalla nascita di un sistema europeo sovranazionale, e come tale democratico. Proprio quest'ultimo aspetto, infatti, è emerso con evidenza come effetto delle tensioni vissute negli ultimi mesi. E come ci si poteva aspettare, il fatto di aver sciolto il nodo della Grecia, sembra ora aprire la possibilità di accelerare il processo di completamento dell'unione monetaria, che era stato lasciato in sospeso ormai da più di due anni.

Non è un caso, quindi, che una volta chiusa la vicenda più urgente con la Grecia, siano subito iniziate a circolare le proposte del governo francese e quelle attribuite al Ministro tedesco delle finanze Schaeuble, che sembrano rispondere proprio a questo nuovo clima. L’obiettivo dichiarato di entrambe, per quanto ancora in via di definizione, è proprio quello di creare a breve un vero governo europeo della moneta. Sul fronte tedesco pare delinearsi il disegno, che trova sempre maggiori conferme, di voler procedere sulla strada dell’unione fiscale attraverso la nomina di un Ministro del tesoro della zona euro, responsabile di fronte al Parlamento europeo in una configurazione ristretta da definirsi, con il potere di intervenire in caso di violazione da parte degli Stati membri di quei vincoli di bilancio necessari in qualsiasi unione monetaria; e di gestire un bilancio autonomo dell’eurozona alimentato con una quota dell’IVA o dell’imposta sul reddito delle imprese percepite dagli Stati. In questo modo, come ha osservato il presidente del think tank tedesco DIW, si creerebbe de facto “un potere di imposizione fiscale e di emissione di titoli europei che potrebbe essere impiegato per alimentare un fondo contro la disoccupazione e per promuovere gli investimenti” (Marcel Fratzscher, Financial Times 27-07-2015). Che il tema della cessione di sovranità in campo fiscale resti al centro delle preoccupazioni tedesche è confermato anche dal rapporto del Consiglio tedesco dei cinque esperti economici (“l’eurozona collettivamente responsabile di potenziali costi senza la rinuncia a parte della sovranità nazionale nella politica fiscale ed economica, renderebbe – prima o poi – l’unione monetaria più instabile” - 28/07/15); rapporto che, d'altro canto, mostra bene gli ostacoli con cui deve confrontarsi chi in Germania sostiene immediati avanzamenti verso l’unione economica e politica, e come, affinché il governo di Berlino possa vincere le resistenze interne, sia necessario che dai partner dell’eurozona giungano segnali di una volontà inequivocabile.

Da parte sua la Francia, tramite il Presidente Hollande ed il Primo ministro Valls, ha dichiarato di voler di procedere verso un governo ed un bilancio dell’eurozona, pur senza specificare come affrontare il problema del trasferimento a livello europeo di poteri di controllo sui bilanci nazionali e mantenendo una certa ambiguità per quanto riguarda il controllo parlamentare europeo in materia fiscale ed economica. Per ora, nell’ottica francese, questo controllo parlamentare dovrebbe restare ancorato ad una rappresentanza di secondo livello di parlamentari nazionali dell’eurozona (cioè ad una rappresentanza subordinata alle sovranità popolari nazionali, come prima delle elezioni dirette del 1979). Su questo tema l'Italia, tramite il Ministro Padoan, ha già espresso le opportune e necessarie riserve.

Ma per quanto le distanze tra le due proposte siano ancora molte, e profonde, in quanto frutto dei due approcci antitetici di Francia e Germania al processo europeo, il punto centrale è che sembra che un dialogo sulla riforma del governo dell'euro possa ripartire. Perché possa aver successo, sarà fondamentale il ruolo degli altri governi chiave e delle stesse istituzioni europee. I principi che la Germania difende e da cui fa dipendere i futuri avanzamenti dell'eurozona sono sacrosanti. Per questo, se l’Italia scegliesse di schierarsi a favore della proposta di creare un Ministro del tesoro per la zona euro, con poteri delimitati ma effettivi di intervento sulle politiche di bilancio nazionali, di cui dovrebbe rispondere sia al Parlamento europeo (nella sua composizione ristretta da definirsi), sia alla maggioranza dei membri dell'Eurogruppo; e se su questa base sostenesse la necessità di creare in concomitanza un bilancio per l’eurozona da alimentare con risorse ad hoc (avanzando anche proposte circa la natura delle imposte necessarie a tale scopo) e specifici meccanismi di solidarietà, con questa mossa sarebbe determinante nella dialettica che è in corso, e potrebbe addirittura imporre ai partner dell’area euro l’agenda delle riforme e la necessaria accelerazione che la gravità della situazione richiede.

Il Rapporto dei cinque Presidenti presentato a fine giugno, che rinviava al 2017 l'apertura del cantiere istituzionale, è stato smentito, e soprattutto superato, dai fatti. Ma ha dimostrato che nelle istituzioni europee la volontà di arrivare alla costruzione di un sistema federale di governo della moneta unica non arretra. Spetta dunque ai governi, dopo l'ultimo, sofferto contributo dato alla sopravvivenza e al consolidamento dell'unione monetaria, compiere l'ultimo atto decisivo della cessione di sovranità attraverso la nascita di un vero embrione di governo sovranazionale europeo.

Publius

 

 


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