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Gennaio 2015

 

 

 

 

Europei al bivio

I drammatici fatti di Parigi pongono i governi europei di fronte ad un bivio, che questa volta nessuno può più permettersi di ignorare: o si è capaci di trasformare il sentimento condiviso di minaccia ai valori della civiltà democratica, che costituisce il patrimonio del nostro continente e che è stato al centro delle grandi manifestazioni unitarie del 10 gennaio, in una risposta politica all’altezza della sfida, oppure, se dopo un omaggio – che diventa puramente retorico – al significato delle conquiste ideali europee, ci si rifugia ancora una volta nei vecchi miti nazionali, si decreta la sconfitta definitiva di tali conquiste e della nostra civiltà.

Nel mondo è in atto un attacco durissimo alla democrazia e ai valori della libertà politica e civile. I modelli di governo di riferimento sono ormai quelli autocratici e autoritari, alternativi a quello liberal-democratico occidentale, considerato incapace di selezionare la classe politica, di progettare piani di lungo periodo, di decidere in tempi e modi certi, di incentivare la meritocrazia. Il disordine internazionale alimenta strumentalmente ideologie che trasformano lo scontro per il controllo di aree strategiche in guerre di religione, radicate nell’arretratezza civile e sociale di vaste aree del pianeta. La posta in gioco è il modello di convivenza civile e sociale all’interno degli Stati e tra i popoli. Solo se saranno sorretti da una forte capacità politica di governo – in grado di affermare e coniugare libertà ed equità, giustizia sociale e progresso, solidarietà e integrazione – i valori della civiltà europea potranno radicarsi e contrastare l’ondata oscurantista; altrimenti sono destinati alla sconfitta.

Come possono sperare gli europei di vincere una simile battaglia con le armi spuntate dello Stato nazionale, che ha già decretato con due guerre mondiali, e con il fascismo e il nazismo, la sconfitta dell’Europa? Come possono credere che basti giocare con le istituzioni dell’Unione europea – aumentando un pochino la collaborazione e il coordinamento tra gli Stati, o addirittura rimpatriando qualche competenza e potere di controllo? Non bastano i fallimenti sul piano economico, la totale impotenza su quello della politica estera, gli arretramenti nel campo della ricerca, la sfiducia dei cittadini verso la politica e la disaffezione verso le istituzioni a far capire alla classe politica che il problema è arrivare davvero a fondare gli Stati Uniti d’Europa?

* * *

Che fare, allora? Se la nascita di una politica estera e di sicurezza unica è urgente, se la necessità di un vero governo europeo dell’economia lo è altrettanto, da che parte incominciare?

Un’indicazione chiarissima viene dalle parole del Presidente della BCE Mario Draghi: "Il successo dell'unione monetaria dipende in definitiva dal prendere atto che condividere una moneta unica è un'unione politica, e significa assumerne fino in fondo le conseguenze" (La stabilità e la prosperità nell'Unione monetaria, Università di Helsinki, 27 novembre 2014). Con il Trattato di Maastricht, gli Sati europei hanno deciso di condividere la sovranità monetaria. Si è trattato di una scelta precisa. Non è un caso che i paesi più euroscettici l'abbiano rifiutata. Ora gli Stati che condividono la moneta non possono ignorarne le conseguenze.

Non solo, infatti – come sottolineano unanimemente economisti, esperti politologi, politici del mondo extra-europeo – l'eurozona è bloccata per colpa della carenza della sua governance – "If Europe were a single country with a single, credibile government, the answer (to the crisis) would be simple." (Reforms, Investment and Growth: An Agenda for France, Germany and Europe, Report to Sigmar Gabriel and Emmanuel Macron by Henrik Enderlein and Jean Pisani-Ferry); o, come dice sempre Draghi, "nell'area euro, le scelte di politica economica sono così interdipendenti che, in ultima istanza, la sovranità sulla politica economica dovrebbe essere esercitata congiuntamente. Per questo, a mio parere, dobbiamo condividere ulteriormente la sovranità in questo campo. Questo si potrebbe tradurre nel passaggio da un sistema di regole comuni ad uno basato su istituzioni comuni" (Introductory remarks at the Finnish parliament, Helsinki, 27 novembre 2014). Il punto è che, ormai, l’urgenza dell’unione politica investe tutti i settori che il quadro nazionale non è più in grado di gestire.

Gli europei stanno pagando un prezzo altissimo per il rifiuto degli Stati di creare un governo europeo dotato di poteri reali e per la loro pretesa di non cedere la sovranità politica, continuando addirittura a gestire l'unione monetaria sulla base del coordinamento dei diversi interessi nazionali e della ricerca del compromesso, che impedisce di avere come obiettivo il bene comune. E’ per mancanza di volontà politica e per attaccamento al potere nazionale che non si arriva alla soluzione.

Nel frattempo, il tempo gioca contro l’unità. La crisi mina il consenso verso l’Europa, preparando alternative drammatiche; e il quadro mondiale che si va delineando diventa sempre più minaccioso, come dimostrano gli attentati che insanguinano le nostre città. Il problema della sicurezza e la trappola della stagnazione sono solo due facce della stessa medaglia. L'instabilità delle regioni che ci circondano, e che ci carica di emergenze e problemi che, divisi, ci travolgono, si accompagna alla progressiva regionalizzazione delle aree commerciali che si salda con gli interessi geopolitici sempre più divergenti dei giganti della politica mondiale. Senza l'unione politica non si riesce a rispondere a nessuna delle sfide interne ed esterne: né a quelle sociali ed economiche, né a quelle poste da un mondo in subbuglio, privo di leadership, che, in più, si avvia alla seconda rivoluzione digitale e si prepara a confrontarsi con i suoi effetti dirompenti.

Come federalisti europei possiamo solo continuare a cercare di dare voce alla lampante verità dell’urgenza indifferibile del salto politico federale, e a cercare di mobilitare a questo scopo il consenso verso questo progetto; consenso che rimane diffuso, pur essendo sempre più frustrato dall’inerzia di chi detiene il potere di imprimere la svolta. Siamo in sintonia non solo, come già ricordato, con economisti e rappresentanti delle istituzioni europee, ma persino con gli stessi esponenti dei governi nazionali: il Ministro tedesco Schaeuble, poche settimane fa, in occasione della Conferenza europea dei banchieri a Francoforte, ha sostenuto pubblicamente che l’Europa deve “cambiare urgentemente i trattati”, almeno per l’eurozona, perché serve un rafforzamento della governance economica.

Ma parole e consenso diffuso non bastano se non servono a creare le istituzioni capaci di rendere irreversibile ed automatica la convivenza solidale tra europei. Occorre, agire, e occorre fare presto. Gli strumenti giuridici da utilizzare per completare istituzionalmente l’unione monetaria all’interno dell’UE sono ormai stati analizzati e spiegati in decine di studi. Le occasioni per avviare la costruzione dell’unione fiscale, economica e, insieme, politica, possono essere molteplici. Tante proposte sul tappeto richiamano la necessità di fondi ad hoc dell’area euro di natura federale (ad esempio nel campo della creazione di strumenti di solidarietà sociale) e di un loro controllo democratico da parte del Parlamento europeo insieme ai parlamenti nazionali. Serve solo la volontà di mettere in atto queste scelte. Per questo, tutte le forze che credono nel progetto dell’unione politica federale dell’Europa devono saper concentrare gli sforzi verso questo obiettivo. L’errore è disperdersi continuamente in alternative deboli che non portano le forze sul terreno decisivo, mentre gli europei rischiano di essere inghiottiti per sempre dalla propria impotenza.

Publius

 

 


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