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Luglio 2014

 

 

 

 

Una legislatura costituente

Sul nuovo Parlamento europeo appena insediatosi pesa una grande responsabilità. La prossima legislatura dovrà saper concludere il processo di trasformazione dell'unione monetaria in una vera unione politica; oppure, accompagnerà la fine del progetto europeo.

La radicalizzazione dello scontro che ha accompagnato la campagna elettorale si spiega, in ultima istanza, proprio in riferimento all’importanza particolare che riveste questa legislatura . E, sotto questo profilo, la valutazione dei risultati elettorali europei deve essere positiva. L'ondata euroscettica, tanto temuta, non ha assunto le dimensioni sufficienti per bloccare il processo; mentre proprio le connotazioni assunte dallo scontro tra forze pro europee e forze contrarie hanno reso evidente il consenso di fondo della stragrande maggioranza dei cittadini al progetto di una più stretta integrazione sovranazionale.

Le due conseguenze più significative del clima creatosi in seguito alla campagna elettorale sono la nomina di Juncker alla presidenza della Commissione e il ritorno sulla scena europea dell’Italia, dopo un ventennio in cui il paese ha costituito soprattutto un problema per l’Europa.

Lo scontro sulla nomina di Juncker, che nelle schermaglie pre-elettorali sembrava prefigurare uno scontro tra istituzioni europee, in particolare tra Parlamento e Consiglio europeo, è diventato, dopo le elezioni, uno scontro tra governi favorevoli ad approfondire l’integrazione e governi contrari. La Gran Bretagna, nell’isolarsi, ha addirittura chiesto che venisse inserito nel comunicato finale della riunione che “il Consiglio ha rilevato che il concetto di unione sempre più stretta lascia spazio a percorsi di integrazione diversi, permettendo a quelli che intendono approfondire l’integrazione di andare avanti in tal senso e rispettando nel contempo il desiderio di chi non intende procedere oltre nell’integrazione”. La nomina di Juncker è quindi una duplice conferma: della volontà, al di là della titubanza sul come procedere, dei paesi euro di proseguire nel corso di questa legislatura verso una maggiore integrazione; e delle difficoltà di Cameron, impotente di fronte al processo di approfondimento dell’unione monetaria e messo alle strette, al tempo stesso, dagli umori di un’opinione pubblica interna desiderosa di svincolarsi persino dalle regole del mercato unico, e disposta, in questo modo, a mettere a rischio gli interessi più profondi del paese.

Il caso dell’Italia è altrettanto significativo. Queste elezioni, caratterizzate da uno scontro radicale attorno alla questione europea, hanno finalmente evidenziato la volontà maggioritaria nel paese di impegnarsi per la modernizzazione e la riforma del sistema nazionale e per una più solida integrazione europea. L’effetto immediato è stato duplice: sia quello di ristabilire un clima di fiducia con i partner europei, che hanno salutato questo passaggio con straordinario sollievo; sia, visto il consenso interno e il peso europeo acquisiti dal principale partito di governo e dal suo leader, di ridare all’Italia la possibilità concreta di svolgere un ruolo propulsivo in Europa, nel solco della migliore tradizione del paese.

La coincidenza con l’avvio del semestre di presidenza italiana dell’Unione ha ulteriormente enfatizzato questa congiuntura. L’Italia ha presentato un programma in cui risaltano due direttrici, che non possono essere disgiunte: da un lato la necessità di condividere, e rilanciare con politiche adeguate, una visione condivisa riguardo alla crescita, alla competitività e all’innovazione; dall’altro la necessità (“decisioni strategiche comuni non possono essere adottate mediante semplici strumenti di coordinamento” – italia2014.eu) di rendere più efficaci e democratici la governance e i meccanismi decisionali europei, sia per il mercato unico, sia, specificamente, per l’unione monetaria sulla base della road map delineata dalle Quattro unioni (quella bancaria, ormai praticamente completata, quella economica e quella fiscale – di fatto oggetto dei negoziati in corso tra i governi e nell'ambito delle istituzioni europee –  e quella politica).

Si tratta di un programma ambizioso, che va ben oltre il semestre di presidenza, che non a caso il governo ha voluto caratterizzare con il richiamo agli ideali più profondi che hanno animato il processo di unificazione europea e all’ambizione di contribuire a far nascere gli Stati Uniti d’Europa; un programma che l’Italia, come presidenza di turno, potrà comunque contribuire ad avviare, fissando alcune linee guida e alcune scadenze per la nuova legislatura che si apre. Il percorso non sarà semplice, come ha recentemente sottolineato il Ministro Schäuble in un’intervista rilasciata il 29 giugno scorso al Financial Times (“Sulle riforme istituzionali dell’eurozona... il governo tedesco ha piani chiari...Come realizzarle, passo dopo passo, è sempre un processo più complicato”). Ma è importante innanzitutto evidenziare qual è lo scoglio concreto da superare nei tempi più brevi possibili. Come spiega Shahin Vallée (in un saggio del dicembre 2013 From Mutual Insurance To Fiscal Federalism) si tratta della necessità di avviare la costruzione, a livello dell’area euro, di un sistema fiscale federale, a partire da un budget ad hoc che porti alla centralizzazione di alcune prerogative di controllo sulle politiche di bilancio nazionali e di alcuni poteri di politica economica. E’ questa la condizione necessaria sia per superare gli attuali limiti del sistema di controllo sulle politiche di bilancio nazionali, che è solo in parte credibile e che, in un quadro intergovernativo, incontra fortissime resistenze sul piano della legittimità democratica e non riesce ad essere migliorato; sia per “superare la debolezza dell’attuale quadro di coordinamento e sostituire la modesta capacità di interferire nelle politiche economiche nazionali con l’obiettivo di rendere possibile decisioni di politica economica efficaci, legittime e strutturali, nell’interesse dell’intera unione”.

L’avvio della realizzazione del federalismo fiscale nell’ambito dell’eurozona è quindi la condizione necessaria i) per superare la diffidenza dei paesi euro di fronte alla necessità di devolvere porzioni ulteriori di sovranità nazionale a favore di un potere di controllo europeo; ii) per instaurare un clima stabile di fiducia reciproca; iii) per creare risorse e capacità decisionali a livello europeo per realizzare un piano di sviluppo sovranazionale efficace; iv) per superare le difficoltà legate ai cambiamenti istituzionali necessari per  sciogliere il nodo della legittimità democratica, in modo che i cittadini dell’area euro possano controllare il governo federale.

Su questa base il governo italiano può lavorare sin da questi primi mesi, affrontando, anche utilizzando i margini di manovra concessi dagli attuali trattati, la questione degli accordi contrattuali per le riforme e la crescita. Sinora il governo italiano si è limitato a proporre di usare la flessibilità già contenuta nelle regole in vigore come incentivo per le riforme; ma, come spiega bene Lorenzo Bini Smaghi in un articolo pubblicato dallo IAI l’8 luglio (L’Italia e le regole europee – I dilemmi della flessibilità), si tratta di un sentiero troppo stretto per essere capace di imprimere una svolta, come dimostrano anche le discussioni e le riserve con cui viene accolto. La realtà è che questi accordi contrattuali diventano credibili solo se sono abbinati all’avvio di un meccanismo di solidarietà sovranazionale dell’area euro, in modo che, in cambio dei controlli sulla disciplina dei conti nazionali e sulla capacità di un paese di realizzare le riforme strutturali, ci siano concreti sostegni in termini o di ammortizzatori sociali condivisi o di investimenti e di progetti di sviluppo comuni fondati su risorse proprie europee.

L’ulteriore cessione di sovranità nazionale, che è diventata ormai indispensabile, può avvenire solo in cambio di un recupero di tale sovranità a livello europeo, e in un contesto in cui siano istituzionalizzate non solo la disciplina e le regole, ma anche la solidarietà e la condivisione della politica economica. Per sciogliere questo nodo, tornando alla nuova legislatura europea che si apre, sarà fondamentale il ruolo che il Parlamento europeo saprà giocare nell’impostare un processo costituente. Se all’interno del Parlamento si formerà, sin dall’inizio, un’avanguardia federalista capace di far maturare nell’Assemblea la volontà e il consenso necessari per proporre l’architettura istituzionale federale della zona euro e le modalità sulla cui base regolare la convivenza, all'interno dell’UE, con i paesi non-euro; e se, al tempo stesso , ci sarà la capacità di stabilire una forte collaborazione tra le principali forze politiche e tra le istituzioni, per unire le componenti pro-europee dei partiti, dei rappresentanti delle istituzioni europee e dei governi, allora l'obiettivo dell'unione politica diventerà davvero raggiungibile, e per la nostra comunità europea si aprirà una nuova fase di grandi speranze e grandi progetti.

Publius

 

 


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