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Gennaio 2013

 

 

 

 

Realizzare le “quattro unioni” (bancaria, fiscale economica e politica) sciogliendo il nodo della legittimità democratica: questa è la rotta che i governi dell’eurozona, la Commissione europea, la BCE e alla fine anche il Parlamento europeo, seppure molto timidamente, si sono impegnati a seguire per mettere in sicurezza l’euro, risolvere la crisi del debito sovrano e creare una vera unione economica e monetaria. Incalzati dalla crisi, i governi hanno dovuto prendere atto dell’impossibilità di continuare a gestire l’unione monetaria con istituzioni e trattati disegnati per far semplicemente coesistere e cooperare più Stati nel grande mercato comune, e non per governare la moneta, l’economia, il bilancio, la fiscalità di uno Stato sovranazionale. Al di là della cautela del linguaggio usato e dall’oggettiva difficoltà di districare la matassa degli intrecci istituzionali europei esistenti, questo è quanto emerge dal blueprint della Commissione europea For a deep and genuine EMU, dal documento dei “quattro presidenti” presentato da Van Rompuy, e da alcuni passaggi delle risoluzioni approvate dal Parlamento europeo prima dell’ultimo vertice europeo del 2012. Il fatto, poi, che questo vertice non abbia preso decisioni rilevanti oltre a quelle per fare l’unione bancaria, rimandando al giugno 2013 le decisioni sulle altre unioni, non deve trarre in inganno. In realtà esso ha segnato l’inizio di un difficile confronto a livello intergovernativo su perché, come ed entro quando fare le “quattro unioni”, ed ha messo in evidenza quelli che sono gli ostacoli principali da superare per realizzarle davvero, che però nessuno osa denunciare e affrontare, rendendole una priorità dell’azione politica.

Il primo ostacolo, segnalato dalla maggior parte dei resoconti e dei commenti sul vertice, è costituito dalle divisioni che esistono tra i paesi dell’eurozona, ed in particolare tra Francia e Germania, riguardo alla natura istituzionale dell’unione politica che tutti ormai considerano indispensabile per inquadrare e governare le altre unioni. Berlino, che pure la vorrebbe federale, non sa ancora come e con chi costruirla; Parigi invece vorrebbe mantenerla confederale, cioè senza un effettivo trasferimento di sovranità nazionale, mettendosi così palesemente contro la realtà dei fatti e le necessità del momento. Nessuno dei due, comunque, sembra essere chiaramente consapevole della necessità di giungere ad una federazione dell’eurozona nella più ampia confederazione dell’area del mercato unico.

Il secondo ostacolo emerso all’ultimo vertice è rappresentato dalla sottovalutazione del fattore tempo. Infatti, anche ammettendo che Francia e Germania giungano a condividere la natura dell’obiettivo politico da perseguire, orientando in questa direzione la costruzione delle “quattro unioni”, i tempi previsti per portarle a compimento sono semplicemente irrealistici, e presuppongono che il mondo e la storia aspettino gli europei. Basti considerare che il 13-14 dicembre i Capi di Stato e di governo si sono limitati ad implementare solo la prima, e teoricamente meno impegnativa, fase prevista dal documento della Commissione, quella riferita al breve periodo

– cioè i prossimi 6-18 mesi –, per porre le basi del Single Supervisory Mechanism bancario sotto l’egida della BCE; per realizzare il coordinamento delle politiche economiche; per favorire le riforme necessarie per colmare gli squilibri fra gli Stati e migliorare la competitività. Ma hanno rinviato al 2013 le decisioni sull’unione fiscale, la “proper fiscal capacity for EMU”, la cui realizzazione è peraltro prevista dalla Commissione solo nel medio periodo (tra il 2014 e il 2018); e quelle sul completamento dell’unione economica e politica immaginata dopo il 2018, con la creazione di “un

bilancio autonomo per l’eurozona dotato di una capacità fiscale per aiutare i paesi membri ad assorbire gli shock”. Chi governa dovrebbe conoscere l’ammonimento di Machiavelli, secondo cui gli argini alle piene si erigono e consolidano nei “tempi quieti”, non mentre infuriano le correnti e le inondazioni (Il Principe, XXV). È perciò del tutto ingiustificato rallentare il processo di unificazione sulla base di una momentanea fase di bonaccia dei mercati. Ed è politicamente irresponsabile pensare di fare dopo il 2014, oppure dopo il 2015 o magari il 2018, tra l’altro senza incominciare a prepararsi, quel che, in base al buon senso, andrebbe fatto subito.

Il terzo ostacolo è costituito dall’assenza di un forte movimento d’opinione che sia al tempo stesso consapevole delle scelte che devono essere fatte per garantire un futuro all’Europa e capace di coagulare un consenso sufficiente per sostenerne la realizzazione. I governi dell’eurozona, la Commissione europea o la BCE, hanno infatti dimostrato di non essere più in grado, senza una pressione da parte delle forze politiche e delle opinioni pubbliche, di poter andare oltre ciò che hanno fatto. Spetta ai partiti politici affrontare questo problema; contribuire a far emergere con chiarezza, nel dibattito politico e nelle competizioni elettorali, lo stretto legame che esiste tra la realizzazione di una vera unione federale, il rilancio dello sviluppo e la possibilità di recuperare il controllo democratico sulle decisioni europee a livello sovranazionale. Perché è a partire da tutto ciò che si può pensare di far maturare in tempo il consenso popolare indispensabile per portare a compimento il processo di profonda trasformazione politica ed istituzionale in atto in Europa, contrastare l’euroscetticismo e combattere le tentazioni populiste, nazionaliste e micronazionaliste.

* * *

Gli europei sono alla vigilia di una difficile battaglia politica, in cui sono in gioco i successi conseguiti in oltre sessant’anni di integrazione, il benessere delle generazioni attuali e di quelle future, l’ordine e la giustizia nella società, l’esercizio della sovranità popolare a livello sovranazionale attraverso la democrazia. L’era dei rinvii, delle mezze misure e degli espedienti per conservare lo status quo nazionale ed europeo è finita.

Chi vuole davvero scongiurare i rischi della disintegrazione dell’unione monetaria, del venir meno della solidarietà e delle prospettive di sviluppo, nonché del controllo democratico sulle decisioni da prendere nelle nostre società e a livello continentale, deve perciò battersi affinché i governi, i parlamenti, i partiti, i sindacati superino gli ostacoli che impediscono di avanzare sulla strada dell’unione politica, e si schierino a favore della federazione dell’eurozona: sostenendo la creazione di un bilancio autonomo dell’eurozona; rivendicando il coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini in un dibattito costituente europeo attraverso la convocazione di una convenzione con il mandato di elaborare una costituzione federale; ricordando che sciogliere il nodo della legittimità democratica europea implica necessariamente differenziare le responsabilità e funzioni di controllo in seno al Parlamento europeo tra parlamentari eletti nell’eurozona e fuori di essa, su questioni di bilancio, fiscali ed economiche riferibili all’area euro.

In questo modo la costruzione delle “quattro unioni”, saldandosi con quella dell’unione federale, potrà diventare il tema dominante nelle prossime campagne elettorali e del dibattito politico sul futuro dell’Europa.

Publius

 

 


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