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Giugno 2013

 

 

 

 

In Europa, come ha osservato recentemente anche l’Economist, “the reason for today’s inaction is not a shortage of things to do, but a shortage of the will to do them” (“The Sleepwalkers”, 25 Maggio 2013). Se è chiaro, infatti, che solo portando a termine le quattro unioni (bancaria, fiscale, economica e politica) si potrà completare l’unione monetaria e creare il quadro adeguato per superare la crisi e tornare a crescere e ad essere competitivi sulla scena mondiale, è altrettanto evidente che la ragione per cui non si procede speditamente in questa direzione è perché manca la volontà politica per farlo.

È in questa ottica che vanno valutate le recenti importanti aperture, sia da parte del nuovo governo in Italia, sia da parte del presidente Hollande. Per la prima volta la Germania sembra poter contare su interlocutori che accettano la sfida e che si dichiarano pronti ad impegnarsi concretamente per far avanzare l’unità europea. Fino a poche settimane fa, erano infatti solo la cancelliera Merkel e il ministro Schaeuble a richiamare la necessità di sciogliere il nodo dell’unione politica per completare l’unione monetaria e a porre la questione della condivisione della sovranità come condizione necessaria per una piena solidarietà all’interno dell’eurozona. Nelle loro considerazioni mancavano però indicazioni più precise sul percorso da imboccare per realizzare tale condivisione. L’effetto era che facilmente la posizione tedesca veniva liquidata come un’inutile rigidità o come un tentativo di rinviare le politiche europee per la crescita.

Finalmente, la sfida dell’impegno per l’unione politica è stata raccolta prima dal nuovo presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, alle prese con una crisi nazionale il cui esito è ormai indissolubilmente legato alla soluzione di quella europea (il presidente Letta, infatti, ha ricordato nei suoi discorsi di fronte al Parlamento italiano e nei colloqui con la cancelliera Angela Merkel, il presidente François Hollande ed i responsabili delle istituzioni europee, l’esigenza di uno sbocco federale per l’Unione economica e monetaria). E poi dal presidente Hollande, che nella conferenza stampa del 16 maggio all’Eliseo, ha, per la prima volta, affermato che “L’idée européenne exige le mouvement. Si l’Europe n’avance pas, elle tombe ou plutôt elle s’efface ; elle s’efface de la carte du monde, elle s’efface même de l’imaginaire des peuples. Il est donc plus que temps de porter cette nouvelle ambition. L’Allemagne, plusieurs fois, a dit qu’elle était prête à une Union politique, à une nouvelle étape d’intégration. La France est également disposée à donner un contenu à cette Union politique. Deux ans pour y parvenir. Deux ans, quels que soient les gouvernements qui seront en place. Ce n’est plus une affaire de sensibilité politique, c’est une affaire d’urgence européenne”.

I governi dei due paesi chiave dell’Unione europea e quello italiano, che sin dagli inizi ha avuto un ruolo decisivo per rendere possibili i passaggi cruciali del processo di unificazione, sembrano quindi finalmente convergere sul punto cruciale, che già il cancelliere tedesco Helmut Kohl richiamava nel suo discorso al Bundestag nel dicembre del 1991 all’indomani del vertice di Maastricht, ossia che l’unione politica è l’indispensabile controparte all’unione economica e monetaria.

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Ora il nodo da sciogliere rimane come realizzare questo obiettivo.

Le difficoltà nel districare il groviglio giuridico-istituzionale che impedisce il governo della moneta e mortifica la legittimità democratica in Europa, sono note. Nessuno crede più che sia possibile riformare in profondità i trattati all’unanimità, in senso federale e in tempi ragionevoli, e comunque prima che le conseguenze della crisi possano ripercuotersi fatalmente sull’ordine politico e sociale dei singoli paesi. I tempi sono ormai troppo stretti, e il caso italiano – un paese chiave, in bilico tra un dilagante populismo e un difficile e doloroso processo di riforma interna – è emblematico. Il governo è appeso ad un filo sottile, che ha nell’Europa il suo unico punto di reale consistenza. Se il governo dell’unione monetaria non compie nell’arco di pochi mesi un salto di qualità consistente il rischio dell’implosione del paese è molto forte.

In questa fase occorre quindi poter fare passi concreti immediati, inquadrandoli però nella prospettiva di una radicale riforma istituzionale dell’UE che realizzi l’unione politica dell’eurozona. Per questo la strategia adottata due anni fa dai governi, e appoggiata dai Parlamenti nazionali e dal Parlamento europeo, per introdurre il principio ed il meccanismo del fondo salva Stati nell’architettura istituzionale europea sembra ancora una volta la più adeguata. Essa ha permesso di far entrare in vigore il Meccanismo europeo di stabilità per i 17 Stati dell’eurozona (dopo la ratifica di soli 12 di loro) e al tempo stesso ha costretto la Gran Bretagna ad autoescludersi dalle procedure di consolidamento dell’eurozona (che non poteva comunque fermare, perché il salvataggio dell’euro era anche nei suoi interessi).

Il risultato di tutto ciò, indipendentemente dalla volontà dei governi e delle istituzioni nazionali ed europee, è stato la rimessa in moto della dinamica di differenziazione nel processo di unificazione europea e della creazione di nuove istituzioni ad hoc per governare l’eurozona.

Oggi occorre applicare nuovamente questa strategia e sfruttare un’analoga dinamica per realizzare un obiettivo politico costituente, facendo leva subito su un punto di vitale importanza per i paesi dell’eurozona: la creazione di un bilancio autonomo aggiuntivo per la zona euro. Si tratta, come molti studi ormai dimostrano, e come le stesse istituzioni europee sostengono, di uno strumento indispensabile per il buon funzionamento dell’unione monetaria e per il suo consolidamento attraverso la realizzazione di un’unione fiscale. Ed è anche uno strumento indispensabile per promuovere il rilancio dello sviluppo e dell’occupazione e per ridare una prospettiva di progresso alla società europea nel suo complesso. Un bilancio che deve essere libero dai limiti dell’attuale bilancio dell’Unione e finanziato con risorse fiscali proprie – come la tassa sulle transazioni finanziarie o la carbon tax –, su cui basare anche l’emissione di eurobonds.

La misura del bilancio ad hoc per l’eurozona potrebbe essere introdotta anche questa volta intervenendo con una modifica dell’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e stipulando un trattato tra i paesi euro che, come nel caso del trattato istitutivo del MES, non rappresenterebbe una vera e propria rottura con l’equilibrio istituzionale dell’Unione, pur lasciando gli Stati che decidono di concordarlo liberi di agire al di fuori dei vincoli dei trattati vigenti. L’oggetto di tale trattato potrebbe essere semplicemente il problema della messa in comune di risorse quali la tassa sulle transazioni finanziarie e della creazione di un organo incaricato della loro gestione Si tratterebbe, così, di un primo passo che sicuramente porrebbe all’ordine del giorno il problema della legittimazione democratica di tale autorità e dell’articolazione di una struttura istituzionale dell’eurozona e che quindi dovrebbe, in tempi brevi, completarsi con una revisione dei trattati.

Un primo embrione di bilancio aggiuntivo per l’eurozona, pertanto, è un’iniziativa che può richiedere tempi brevi e che può dare al tempo stesso un segnale molto forte ai cittadini e alla comunità internazionale, a patto che si accompagni alla manifestazione di una precisa volontà politica di voler risolvere rapidamente e in chiave sovranazionale il nodo della struttura istituzionale dell’eurozona. Per questo in parallelo si deve lavorare per aprire la strada alla stipula di un nuovo patto di natura pre-costituzionale tra i paesi dell’eurozona. Un patto che contenga l’impegno di passare da un governo provvisorio ed intergovernativo, ad un governo democratico e federale della moneta, della fiscalità e dell’economia dell’eurozona, controllato democraticamente dai parlamentari dei paesi euro nel Parlamento europeo.

È su questo terreno che governi, partiti politici ed istituzioni nazionali ed europee dovranno schierarsi in vista delle prossime scadenze europee e nazionali, coinvolgendo i cittadini in un dibattito costituente europeo. Non fare nulla o illudersi che sia ancora possibile rinviare, significherebbe lasciare il campo a chi lavora per la disgregazione dell’Europa e rassegnarsi al declino, non solo economico, ma anche politico, morale e sociale del nostro continente.

Publius

 

 


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