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Luglio 2012

 

 

 

 

L’esito del Consiglio europeo e del Vertice dell’Eurozona del 28-29 giugno a Bruxelles deve innanzitutto essere interpretato alla luce dei tre segnali politici che al termine dei lavori sono stati lanciati al mercato internazionale ed alle opinioni pubbliche.

Il primo segnale è che i paesi dell’Eurozona, chiamati a dare delle risposte concrete, hanno dovuto trovare un accordo per procedere subito sulla strada dell’unione bancaria e dell’unione di bilancio, rafforzando innanzitutto il ruolo della Banca centrale europea nel nuovo sistema di regolazione e di vigilanza del credito. Con ciò essi hanno implicitamente aperto anche il percorso verso l’unione politica, senza la quale nessuna unione bancaria e fiscale sarebbe sostenibile. Un secondo segnale è venuto dalla manifestazione della volontà di non abbandonare alcun paese della zona euro a se stesso, cercando innanzitutto di prevenire nuove disastrose crisi finanziare sul fronte spagnolo e su quello italiano; in questo modo sono state smentite le voci e le paure su qualsiasi ipotesi di divisione tra paesi ricchi e paesi poveri dell’Eurozona. Infine è stata confermata la centralità dei trattati sottoscritti il 9 dicembre scorso, quello del fiscal compact e quello del Meccanismo europeo di stabilità (MES), il cui governing board e il cui status di creditore privilegiato sono diventati degli elementi incontournables nella gestione e nel riordino istituzionale europeo, sia per pensare concretamente al governo dell’euro sia per porre fine alla contraddizione di una moneta senza Stato.

Ma altrettanto importanti sono stati gli atti che hanno fatto da corollario a questi vertici, a partire dalla ratifica a larghissima maggioranza da parte del Bundestag e del Bundesrat del fiscal compact e del MES. E in secondo luogo dall’annuncio da parte della Francia di essere ormai pronta a fare altrettanto, e dagli impegni analoghi assunti da Italia e Spagna (dove si è formato un accordo tra governo ed opposizione per la ratifica). Come è noto, senza il sostegno di questi quattro paesi, che insieme devono contribuire per circa l’80% dei fondi a disposizione del Meccanismo europeo di stabilità, quest’ultimo non avrebbe avuto alcuna credibilità. Questi stessi paesi sono stati alla base dell’iniziativa per avviare una cooperazione rafforzata tra un gruppo limitato di paesi per introdurre la Tassa europea sulle transazioni finanziarie, osteggiata dalla Gran Bretagna, e quindi senza alcuna possibilità di essere adottata dal Consiglio europeo. Questa tassa è ritenuta ormai una delle principali possibili fonti di introito per creare le risorse necessarie, su una base permanente e di autonomia, al finanziamento di un piano di sviluppo europeo.

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Tutto ciò non significa che l’euro è salvo; né che la crisi è risolta e neppure che l’Europa ha compiuto dei passi irreversibili sulla strada dell’unione federale. Ma significa che si è aperta una finestra di opportunità per fare l’Europa.

Nel giro di pochi mesi, proprio a causa della crisi e dell’inadeguatezza delle istituzioni europee e dei paesi europei nell’affrontarla, il clima è cambiato. L’alternativa di fronte alla quale si trovano gli europei è diventata più chiara: si sta formando un ampio schieramento di forze disponibile a sostenere il rilancio del progetto di unificazione europea, sia sul terreno politico sia su quello economico. Oggi in Germania e in Francia si parla esplicitamente della necessità del salto federale e dei trasferimenti di sovranità indispensabili per realizzarlo, come ha ammesso lo stesso Presidente Hollande. Inoltre, per la prima volta da quando è scoppiata la crisi del debito sovrano, i governi dell’Eurozona non si sono limitati ad agire per guadagnare ancora un po’ di tempo prezioso: essi

hanno incominciato ad inquadrare questa azione di tamponamento in un processo, dai contorni e dai contenuti non ancora definiti, ma che sicuramente deve comprendere, come ormai tutti i protagonisti istituzionali nazionali ed europei ammettono, l’unione bancaria e di bilancio e l’unione politica. Si è cioè affermato il fatto che questi obiettivi, come ha dichiarato la Cancelliera Merkel di fronte al Bundestag alla vigilia del vertice di Bruxelles, devono essere “closely linked” tra loro, pensati “only in concert” e legittimati democraticamente in un quadro iniziale a diciassette.

Per quanto riguarda le forze politiche e sociali, nei maggiori paesi dell’Eurozona non solo si sta manifestando una larga condivisione della necessità di approvare i Trattati sul fiscal compact e del MES, cosa questa che si riflette nelle larghe maggioranze parlamentari (e referendarie) con le quali questi trattati sono stati o stanno per essere approvati; ma si sta formando un nuovo terreno di confronto che supera la sterile contrapposizione tra politiche economiche votate al rigore e politiche, invece, orientate allo sviluppo, e inizia ad evidenziare l’esigenza di creare un quadro politico-istituzionale europeo legittimato democraticamente e in grado di svolgere funzioni effettive di governo come condizione stessa del rilancio dell’economia.

* * *

Nessuno può dire quanto durerà il tempo utile per realizzare il salto federale nel governo della moneta, prima che nuovi, forse fatali, shock colpiscano l’Europa. Né è dato sapere quanto durerà il tempo utile per tradurre in azione ed iniziative politiche il fermento di proposte, il desiderio di più Europa e di più federalismo e le convergenze di intenti che si stanno manifestando nella società, nelle istituzioni, tra alcuni governi. Proprio per questo è urgente definire un progetto per creare l’unione federale e il quadro possibile di funzionamento delle sue istituzioni in tempi certi, con il coinvolgimento dei cittadini in un nuovo processo costituente.

Per compiere questo passo non basta più semplicemente denunciare gli evidenti limiti del metodo intergovernativo nel governo dell’Unione europea e dell’Eurozona. Occorre affrontare e sciogliere, da un lato, le resistenze che ancora sussistono nell’Eurozona all’ipotesi del trasferimento di sovranità dagli Stati all’Europa, e dall’altro la contraddizione istituzionale che complica tuttora la possibilità di risolvere la questione della legittimità democratica delle decisioni europee (e quindi di riconciliare definitivamente i cittadini con il quadro europeo da cui dipendono il loro futuro ed il loro benessere). Si tratta del fatto che la composizione e il metodo di lavoro del Parlamento europeo e della Commissione europea, che, nella prospettiva di un assetto federale dell’Eurozona, devono potersi trasformare nelle istituzioni che rappresentano gli interessi dei cittadini di quest’area, oggi prevedono la presenza anche dei paesi che né intendono partecipare all’Unione monetaria, né prendono in considerazione l’ipotesi di essere associati a qualsiasi trasferimento di sovranità.

È questo il terreno sul quale parlamentari europei e nazionali, partiti politici e governi devono avanzare delle proposte, confrontarsi, schierarsi. Ed è questo il terreno sul quale i federalisti continueranno ad incalzarli, chiedendo loro di definire un progetto istituzionale coerente e credibile di unione federale tra i paesi dell’euro nell’Unione europea, e di fissare un calendario per realizzarlo. E dovranno farlo presto, prima che svanisca l’occasione – sicuramente l’ultima in questo ciclo storico – per fare l’Europa che serve.

Publius

 

 


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