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Gennaio 2011

 

 

 

 

L’euro sopravviverà? A meno di dieci anni dall’introduzione della moneta unica, questo è il dubbio che incombe sul futuro dell’Europa. Prima la crisi greca, poi quella irlandese e quindi il profilarsi di quella portoghese, hanno irrimediabilmente incrinato le certezze sulla possibilità di tenere ancora a lungo in vita un’unione monetaria delle dimensioni di quella che è stata creata in Europa non inquadrata in uno Stato. Un’unione monetaria in cui gli squilibri economici e commerciali tra i suoi membri tendono ad approfondirsi anziché attenuarsi e in cui i temuti shock asimmetrici stanno diventando endemici.

I dubbi sulla tenuta dell’euro a loro volta alimentano aspettative negative anche sul futuro del processo di unificazione europea e, di riflesso, sulla stabilità dell’ordine mondiale, in quanto l’Europa rappresenta tuttora uno dei punti nevralgici del commercio e dell’economia globali. Forse anche per questo sia gli USA sia la Cina sono intervenuti ripetutamente negli ultimi mesi, i primi per scongiurare gli europei di risolvere in fretta le crisi, assicurando il loro aiuto attraverso il FMI, la seconda per offrire aiuti finanziari e investimenti diretti alla Grecia e al Portogallo.

Per dissipare questi dubbi non basta però limitarsi a difendere i successi conseguiti in termini di integrazione e coordinamento delle politiche europee. Occorre sgombrare definitivamente il campo dalle ambiguità riguardo alle scelte necessarie per eliminare definitivamente le contraddizioni che sono alla radice del problema.

Nell’immediato, infatti, nonostante l’evidenza dei fatti, in Europa la politica continua a dare risposte del tutto insufficienti e inadeguate. È insufficiente la proposta sostenuta da Francia e Germania di riformare il Patto di stabilità: una proposta che irrealisticamente pretende di imporre nuovi vincoli e nuove sanzioni agli Stati dell’Eurozona, fingendo di ignorare che molti di quegli stessi Stati – primi fra tutti Francia e Germania – hanno ripetutamente disatteso gli accordi sottoscritti, e hanno disatteso l’impegno di promuovere la crescita oltre che la stabilità dell’economia europea. Così come è insufficiente il Fondo creato dai governi per aiutare i paesi in difficoltà, sia dal punto di vista della sua natura giuridica, sia per quanto riguarda la sua dotazione, sia infine per l’incertezza della sua operatività e durata. È inoltre per definizione inadeguata una politica che lascia alla sola Banca Centrale Europea l’onere e la responsabilità di intervenire per non far fallire nell’immediato i sistemi bancari nazionali in crisi, ricorrendo ad iniezioni di prestiti e liquidità di cui nessuno vuole o può valutare le conseguenze in termini di creazione di nuovi rischi di bolle speculative, oltretutto senza sciogliere il groviglio di nodi fiscali, economici e produttivi che soffocano l’Eurozona.

In breve, in Europa la politica non ha ancora preso atto del fatto che la crisi che stiamo vivendo non ha messo semplicemente a nudo i limiti delle istituzioni europee e di quelle dell’Unione monetaria, la fragilità delle regole che gli Europei si sono dati e le debolezze strutturali – peraltro già ben note – di alcuni paesi europei. La crisi ha posto agli Europei, ancora una volta, il problema di decidere chi deve essere sovrano in Europa. La situazione attuale, infatti, è profondamente ambigua, e questo si riflette anche sul debito, come hanno scritto a chiare lettere molti commentatori e come hanno percepito i mercati: “The European sovereign debt is not really sovereign” si poteva leggere sul Financial Times il 30 Novembre scorso. Per questo è diventato conveniente speculare sulla probabile bancarotta di qualche paese, semplicemente perché “the markets have realised that some key elements of “sovereignty” are missing”. Infatti un debito è sovrano solo nella misura in cui il governo di uno Stato è in grado, attraverso l’uso coordinato e combinato della leva monetaria, di quella fiscale e del bilancio, di prevenire o nel caso di scoraggiare la speculazione dei mercati. In Europa tutto ciò non è possibile, in quanto da un lato gli Stati si sono privati del potere di governare la leva monetaria, accettando una moneta unica, ma, dall’altro, hanno conservato la sovranità nel campo della spesa, della tassazione, della politica estera e di difesa. Questo stato delle cose, che avrebbe dovuto essere transitorio in vista dell’unione politica dei paesi che avevano adottato l’euro, tende invece a diventare permanente nei comportamenti e nelle intenzioni dei governi. Ma il problema è che nessuno Stato può pensare di contrarre indefinitamente debiti in valuta estera – qual è l’euro senza uno Stato – sperando di non doverli mai rimborsare o di non dover affrontare il giudizio dei mercati ai quali deve ricorrere per sostenerli. L’esperienza storica insegna, infatti, che in passato le unioni monetarie che non sono state accompagnate dall’unione politica sono fallite.

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Quel che sta accadendo in Europa è dunque il frutto del fatto che gli Europei non hanno ancora deciso se e in quale quadro ricollegare il progetto dell’unione monetaria a quello dell’unione politica. Un collegamento che era ancora implicito ai tempi della ratifica del Trattato di Maastricht e che è reale ed effettivo negli altri grandi poli mondiali. Cina e Stati Uniti, infatti, prendono le loro decisioni in campo economico, monetario e fiscale sulla base degli obiettivi politico-strategici che ritengono prioritari nell’ambito dei nuovi rapporti di potere globali.

L’Europa, invece, a causa della sua inettitudine, rischia di pagare le maggiori conseguenze di una crisi che è partita dagli USA, ma che sta travolgendo i sistemi bancari ed economici europei. È in Europa, infatti, che gli investitori internazionali hanno individuato il ventre molle del mercato dei titoli di Stato su cui speculare, come ai tempi dello SME avevano speculato sui mercati delle diverse valute nazionali europee. Ma gli stessi investitori si guardano bene dallo speculare contro Stati altrettanto compromessi sul piano economico e finanziario, come per esempio la California, che sono però inseriti in un ben diverso quadro di potere di dimensioni continentali.

Ed è ancora a causa della sua inettitudine che l’Europa assiste impotente all’inarrestabile processo di redistribuzione delle ricchezze che si sta verificando su scala globale.

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L’umanità è alla soglia di una grande trasformazione storica nei rapporti tra l’Occidente e il resto del mondo, e gli Europei si apprestano a vivere questo passaggio epocale in una situazione di debolezza e di crisi strutturali. Per gli Europei è quindi giunto il momento di rispondere come intendono affrontare politicamente questa fase della storia, a partire dalla crisi del debito che si è manifestata nell’Eurozona. Nel saggio numero 33 del Federalist Alexander Hamilton, proprio a proposito di come governare il potere fiscale, si chiedeva: “Come definire il termine potere se non come la possibilità e la facoltà di compiere una determinata azione? E cos’è mai la facoltà di compiere questa azione, se non il potere di far uso dei mezzi necessari a portarla a termine?”

Ebbene, se non scioglieranno il nodo del potere e della sovranità con la creazione di un primo nucleo di Stato federale europeo, gli Europei non avranno né la possibilità né la facoltà di agire in modo adeguato. Per compiere questo passo, occorrerà però che nei paesi chiave del processo di unificazione europea, a partire dalla Francia e dalla Germania, maturino al più presto le condizioni affinché non ci si limiti solo ad introdurre ritocchi nel Patto di stabilità o a cercare di guadagnar tempo creando sempre nuovi meccanismi di salvataggio dei paesi in difficoltà, basati sulla cooperazione intergovernativa, senza affrontare alla radice le cause della crisi; e neppure si continui ad affrontare divisi la questione del disarmo, della sicurezza e della politica energetica. Occorre che maturi la consapevolezza della necessità di rilanciare l’iniziativa per fare davvero la Federazione europea a partire da un gruppo di paesi.

Questo è il terreno su cui si deve sviluppare il dibattito sul futuro dell’Europa e su cui nei vari paesi, chi vuole che gli Europei tornino padroni del loro destino, deve incalzare i parlamentari, i movimenti politici, le organizzazioni sindacali, le associazioni della società civile affinché si mobilitino per forzare i governi a prendere la decisione storica che il nostro tempo richiede: fondare la Federazione europea.

Publius

 

 


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