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Settembre 2010

 

 

 

 

La crisi finanziaria che ha investito nei mesi scorsi l’euro è una crisi strutturale che affonda le sue radici nella divisione politica dell’Europa. In una fase di debolezza e arretramento dell’Occidente, in grave difficoltà di fronte all’ascesa delle nuove potenze, i mercati, gli analisti, gli osservatori hanno identificato nella costruzione comunitaria europea il soggetto in assoluto più fragile, e quindi perdente, all’interno dei nuovi equilibri che si vanno formando. Le cause di questa fragilità sono da imputare proprio alla mancanza di unità politica degli europei, che, pur avendo creato una moneta unica, non sono stati capaci di costruire anche lo Stato e di dotarsi quindi degli strumenti necessari per reagire alla crisi e per ristrutturare profondamente l’economia su scala continentale, mantenendola competitiva nel nuovo quadro mondiale. Non vedendo la volontà politica, da parte degli Stati membri dell’Unione, di fare i passi necessari verso l’unità, i mercati e gli osservatori hanno ritenuto - e continuano a ritenere - che il destino dell’Unione monetaria sia quello di dissolversi e che, al limite, attorno alla Germania si crei una nuova area monetaria più omogenea rispetto all’attuale. Inutile dire che questo scenario implicherebbe nei fatti la dissoluzione dell’Unione europea e l’inizio, per il nostro continente, di una fase storica dagli esiti imprevedibili. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano seguito con tanta preoccupazione le mosse dei paesi europei.

Se i fatti sono chiari per chi segue le vicende dall’esterno, gran parte del dibattito europeo e soprattutto gli atteggiamenti degli Stati continuano invece ad essere caratterizzati dal tentativo di negarli sul piano politico. Ma in questo modo i governi sono destinati a rimanere prigionieri di sempre nuove emergenze e contraddizioni da cui non possono uscire con soluzioni nazionali e nazionaliste, pena la caduta nel baratro in cui l’interdipendenza economica reciproca sviluppata nell’area dell’euro li trascinerebbe. Diventa allora essenziale capire perché, al di là del tentativo dei diversi paesi di guadagnar tempo con provvedimenti che cercano di rafforzare i vincoli reciproci, il passaggio di sovranità dagli Stati all’Europa è il nodo cruciale da sciogliere per salvaguardare il futuro del nostro continente.

L’Unione europea, fondata sul metodo comunitario, è caratterizzata dal fatto di aver trasferito a livello europeo numerose e importanti competenze, ma di aver lasciato agli Stati la sovranità e quindi il potere e la capacità politica. In questo quadro, per definizione, le materie vitali per l’interesse nazionale o quelle direttamente legate alla formazione del consenso politico restano ai paesi membri (questo vale per la fiscalità come per la politica estera, ed è la ragione per cui non è potuta nascere, con l’Unione monetaria, anche l’Unione economica, che pure era prevista). Questo quadro ha pertanto reso possibili lo smantellamento delle barriere doganali e commerciali, la creazione di un mercato unico (anche se ancora da completare) e quella di una moneta unica che ha legato ancor di più gli europei gli uni agli altri; ma, al tempo stesso, non ha consentito di realizzare un piano europeo di sviluppo e di crescita: la sorte di tutti i tentativi fatti, dal Piano Delors alla Strategia di Lisbona, ne è la prova evidente. La ragione è dovuta al fatto che gli Stati non si fidano ad investire le proprie risorse in programmi le cui ricadute positive rafforzerebbero economicamente, commercialmente e industrialmente gli altri partner. Non a caso nei settori strategici (ad esempio in quello della ricerca e dell’innovazione, oppure nei rami industriali di punta o in quelli legati ad interessi nazionali vitali, come quello energetico o militare) ciascuno cerca sempre di difendere la propria competitività a discapito di quella degli altri membri dell’Unione europea, anche quando si dovrebbe collaborare su progetti comuni. È il mantenimento del quadro nazionale come punto di riferimento politico che impedisce la crescita dell’Europa e che rende vani i tentativi, intergovernativi o comunitari che siano, di governare l’economia europea. Ed è sempre la divisione che, in epoca di crisi - crisi che inevitabilmente si riflette con intensità diversa sui vari paesi - rende la necessità di intervenire a sostegno dei più deboli un peso quasi insopportabile per gli Stati più ricchi, fino a spingere i mercati a scommettere sul default dei paesi maggiormente a rischio o sulla loro espulsione dall’area dell’euro. Finché la sovranità rimane nazionale è infatti impossibile che si sviluppi la coscienza condivisa di costituire un’unica comunità di destino e che si consolidino le basi della solidarietà reciproca.

La vera sfida per gli europei è quindi quella di andare oltre il metodo comunitario. Dopo il cambiamento del quadro internazionale con la caduta del bipolarismo (e con le conseguenti trasformazioni in seno alla Comunità, dalla riunificazione tedesca, alla nascita dell’euro, all’allargamento) c’è stata una fase in cui il sistema comunitario è stato teorizzato e proposto come una sorta di modello di democrazia post-statuale, dimenticando quello che in realtà esso è, e il modo in cui era stato concepito dai padri fondatori nel momento in cui erano falliti i disegni di creare subito lo Stato federale europeo: uno strumento di transizione verso la Federazione europea. La crisi ha riportato alla luce questo problema, per il fatto stesso che il ricatto dei mercati nasce proprio dalla precarietà degli equilibri comunitari; la risposta, pertanto, non può essere quella di proseguire sulla via del dare maggiori competenze o poteri di controllo, necessariamente contraddittori, alla Commissione o al Parlamento europeo, ma di capire come e se può essere sollecitata la volontà di unirsi politicamente da parte almeno di un gruppo di Stati, ed in particolare dei paesi più consapevoli dell’eurogruppo (in primis Francia e Germania). Anche la necessità di un governo europeo dell’economia, più volte evocato in questi mesi, e le proposte che vengono avanzate in tal senso (quali il controllo europeo delle politiche di bilancio, l’aumento del budget europeo, l’emissione di Union bonds per finanziare politiche di rilancio dell’economia a livello europeo, l’ipotesi di dotare il livello europeo di poteri impositivi e quella di armonizzare i sistemi fiscali dei paesi membri), vanno inquadrate in questa prospettiva. Infatti, tutte queste misure, che devono essere varate a livello europeo e che implicano pertanto che i governi nazionali diano il relativo mandato alle istituzioni europee, finché non verrà messa in questione la sovranità nazionale sono irrealistiche e insostenibili. Innanzitutto lo sono per l’assenza di legittimità democratica delle istituzioni europee che, pur non rispondendo ai cittadini, riceverebbero dagli Stati il potere di fissare politiche destinate ad incidere profondamente sulla società, mentre ai governi nazionali resterebbe il compito di applicarle e di trovare il necessario consenso politico. In secondo luogo perché questi provvedimenti supporrebbero una solidarietà tra paesi europei che le opinioni pubbliche, che resterebbero nazionali, non sarebbero disposte a sostenere. Infine perché il fatto stesso di mantenere il punto di vista degli interessi nazionali, e di limitarsi a cercare una loro difficile composizione a livello europeo, non eliminerebbe la strutturale competizione tra Stati sovrani e non permetterebbe di arrivare a quella dimensione europea indispensabile per promuovere il rilancio del continente. Pertanto, nel momento in cui, incalzati dai mercati e dalle difficoltà sociali e politiche che li attendono, i governi europei saranno costretti a tentare di prendere alcune di queste misure, si scontreranno ogni volta prima con la loro insufficienza e poi con il loro fallimento, finché non sarà chiaro che non esistono alternative al mettere in comune a livello europeo la sovranità.

Il problema ineludibile all’ordine del giorno della lotta politica europea torna quindi ad essere quello di rilanciare il progetto della Federazione europea, cosa che non può avvenire senza un’iniziativa franco-tedesca in tal senso. Il problema è che oggi, in un’Unione che mantiene la divisione politica, è invece inevitabile che crescano i sospetti reciproci, in particolare da parte della Germania che, finché si rimane solo sul terreno economico, teme di essere chiamata a pagare un prezzo troppo alto per la collettività. Spetta allora alla Francia interrompere questo circolo vizioso e prendere l’iniziativa, offrendo alla Germania, con una nuova Dichiarazione Schuman, la possibilità di mettere in comune la sovranità nel campo della politica estera e di sicurezza. Solo così il processo di unificazione europea potrà orientarsi nuovamente verso l’obiettivo della creazione della Federazione europea e per gli europei si riaprirà la possibilità di un futuro di progresso.

Publius

 

 


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