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Marzo 2010

 

 

 

 

La maggior parte dei cittadini europei continua a credere nel progetto di un’Europa unita, ma è   prigioniera di un quadro in cui questo progetto non è più all’ordine del giorno. Non a caso, ogniqualvolta negli ultimi anni i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi direttamente, essi hanno sostenuto a malincuore o addirittura bocciato questa Unione europea. Al di là dei traguardi raggiunti, l’opinione pubblica sa che oggi l’Europa non è un’unione politica, ma solo un grande contenitore e magnete di energie e potenzialità il cui governo effettivo dipende dalle politiche nazionali; e sa che tutto questo non basta per proteggerla e attrezzarla rispetto alle sfide che provengono dal nuovo quadro mondiale.

Tuttavia, questo sentimento da solo non è sufficiente per far avanzare in modo decisivo la politica europea. Molti, infatti, anche nei partiti, nelle istituzioni dell’Unione e persino nei governi, sono favorevoli all’unificazione politica dell’Europa, ma non osano ancora mettere in discussione il quadro del potere nazionale. Perché trovino il coraggio di abbandonare il vecchio ordine a favore di quello nuovo europeo, il corso delle cose deve obbligarli a scegliere. Solo quando la crisi incombe si riesce a trovare la forza di vincere l’inerzia del potere e degli interessi costituiti.

Oggi ci troviamo alla vigilia di uno di questi momenti. L’ordine dei Trattati esistenti non regge alla prova dei fatti. Al di là dei giudizi che su di esso si possono dare, il Trattato di Lisbona incarna infatti nella forma e nella sostanza l’impasse in cui si trovano le forze politiche, le opinioni pubbliche, le istituzioni nazionali ed europee sul terreno della costruzione europea. Nessuno Stato è   disposto a rinunciare ai benefici diretti e indiretti che gli derivano sul terreno commerciale, monetario ed economico dall’appartenenza ad un quadro europeo integrato; ma nessuno Stato vuole al momento perseguire l’obiettivo di trasformare le varie assise costituitesi dopo le prime Comunità in seno all’Unione europea, o almeno parte di esse, in una federazione. Ecco perché il complesso intreccio istituzionale nazional-europeo che è stato creato è palesemente inadeguato.

Senza un cambiamento di rotta l’Europa è perciò irrimediabilmente destinata a diventare sempre più irrilevante a livello mondiale, cioè al livello in cui si decide il futuro del mondo nel campo della sicurezza militare ed ecologica e in quello del progresso dell’umanità. Questa è la lezione impartita agli europei anche dal recente vertice sul clima di Copenhagen e dagli sviluppi della crisi economica e finanziaria.

* * *

Perché la consapevolezza di questo stato delle cose si traduca in azione politica è necessario, anche se non sufficiente, ripetere quali sono le ragioni per fare l’Europa in un mondo sempre più dominato dalle conseguenze della globalizzazione e dall’ascesa di nuove potenze continentali come la Cina e l’India. Queste ragioni sono ormai davanti agli occhi di tutti e si ritrovano in commenti e analisi, oltre che in documenti e memorandum ufficiali dei governi. Ma occorre anche indicare i rimedi politici. Cosa che, ancora una volta, non hanno fatto né il Consiglio dei Ministri congiunto franco-tedesco del 4 febbraio scorso, che ha varato la cosiddetta Agenda franco-allemand 2020, né l’ultimo vertice europeo riunitosi una settimana dopo per affrontare i nodiancora irrisolti della crisi economica. In particolare l’Agenda, anziché dare impulso a decisioni più coraggiose da parte dell’Unione europea, non solo ha decretato la fine dell’epoca delle riforme istituzionali dell’Unione europea, considerate ormai “derrière nous”, ma ha anche ignorato qualsiasi possibilità di rilancio dell’unione politica a partire da questi due paesi. Vale a dire, ha lasciato colpevolmente nell’ombra la natura politica della sfida di fronte alla quale gli europei si trovano. Una sfida in cui sono ormai stati messi in gioco anche i due punti di riferimento fondamentali del processo di integrazione europea: la coincidenza di interessi geopolitici tra Europa ed America, e la convergenza di interessi tra Francia e Germania nel promuovere una sempre più stretta unione tra i paesi europei.

Dalla fine della guerra fredda, ma soprattutto dalla fine della breve parentesi unipolare del governo americano del mondo, le prospettive geo-strategiche non sono più le stesse viste da Washington e dalle capitali europee. I rapporti euro-americani sono infatti entrati in una fase storica più fluida ed incerta rispetto al passato, in cui sia gli USA sia i paesi europei devono ridefinire il quadro della cooperazione transatlantica. Questo, nel momento in cui, da un lato l’Europa non rappresenta più né un fronte strategico prioritario per gli USA né un partner credibile con il quale condividere le responsabilità a livello internazionale, mentre, dall’altro lato, gli europei non considerano più la loro condizione subalterna rispetto alla super-potenza americana come una garanzia sufficiente per la loro sicurezza militare, economica, energetica e così via.

Alle crescenti difficoltà nei rapporti euro-atlantici e all’indebolimento della leadership statunitense fanno da contraltare, in negativo, le dissonanze franco-tedesche in campo europeo ed internazionale. Sono molti ormai i fronti su cui i governi di Parigi e di Berlino più che cooperare, si confrontano. Dalla politica industriale a quella economica-commerciale, dalla politica energetica a quella estera, Francia e Germania rischiano continuamente di entrare in rotta di collisione. Sarebbe pericoloso sottovalutare questi segnali: non si tratta di un normale dibattito fra partner che hanno punti di vista diversi. Si tratta piuttosto della manifestazione, in forma attenuata e pacifica rispetto al passato, del riaffacciarsi in Europa del confronto fra Stati che non hanno rinunciato ad esercitare la sovranità in settori chiave della politica e dell’economia. Un fenomeno questo inevitabile quando non c’è più sul campo, o diventa meno credibile, la prospettiva del consolidamento di un quadro autonomo di potere europeo.

Da tutto ciò si possono trarre due conclusioni. La prima è che queste linee di sviluppo dei rapporti USA-Europa e le divergenze tra Francia e Germania, combinate con l’inevitabile declassamento politico e storico del ruolo dei singoli paesi europei, non cadono dal cielo, ma sono le conseguenze più evidenti delle scelte sbagliate compiute dagli europei negli ultimi vent’anni. Un fatto questo ormai apertamente denunciato anche sulla stampa europea, come testimonia tra gli altri il commento del direttore di Enjeux-Les Echos, Eric Le Boucher qualche settimana prima dell’ultimo vertice franco tedesco, secondo cui la crisi attuale “signe l’échec de l’Europe des nations”, non dell’Europa in quanto tale, che non c’è ancora. Un’Europa che sarebbe nata se non fosse deliberatamente stata accantonata la costruzione federale, come ha osservato Le Boucher: “L’idée, celle de stopper toute avancée fédérale, s’était imposée sitôt après Maastricht. Elle a été installée par le couple Chirac-Schröder, France et Allemagne de concert, gauche et droite réunies. Cette « Europe des nations » s’est d’abord perdue dans le long et difficile chemin de croix institutionnel nécessaire après l’élargissement : dix ans d’errements” (“L’Europe sous cloche”, Les Echos 15.01.2010).

La seconda conclusione è che, nonostante tutto, il tempo propizio per fare l’Europa non è finito. In un’Unione europea ormai proiettata ad avere trenta membri e più, nulla e nessuno vieta di sviluppare un’iniziativa per unire politicamente l’Europa a partire da un numero ristretto di paesi, trovando modi e tempi per la salvaguardia per tutti gli altri dell’acquis communautaire. L’Europa dei pochi è ormai una necessità sia per cercare di amministrare al meglio l’esistente, sia e a maggior ragione per rilanciare concretamente l’obiettivo della creazione di un’effettiva unione politica. È infatti impensabile sfruttare il quadro offerto dal Trattato di Lisbona per procedere sul terreno delle cooperazioni rafforzate e strutturate tra alcuni paesi nel campo della politica estera e della difesa e di quella finanziaria, senza l’iniziativa di alcuni di loro. D’altra parte è irrealistico porre la questione della creazione di un effettivo sistema di governo democratico e federale su scala continentale senza porsi il problema di far maturare in alcuni paesi la volontà di stipulare un patto federale vincolante per dar vita ad un primo nucleo di Stato federale europeo. Perché, in ultima analisi, solo in questo modo si potranno porre le basi per riequilibrare i rapporti tra europei ed americani, e si potranno sconfiggere le tendenze disgregative ormai attive anche nei paesi chiave dell’Europa, che rischiano di minare anche le istituzioni comuni.

Nessuno può dire se e quando i governi di Francia e Germania, più forse solo qualche altro paese tra i fondatori, avranno il coraggio di prendere l’iniziativa in questa direzione. Né si può prevedere se e come le forze politiche e le opinioni pubbliche avranno il coraggio di chiedere a questi paesi di prenderla.

In ogni caso, chi crede non solo che l’Europa sia necessaria, ma anche che sia tempo di farla davvero e al più presto, ha il dovere di richiamare fermamente i primi alle loro responsabilità storiche e di mobilitare le seconde a favore della costruzione della sola alternativa al declino dell’Europa: la Federazione europea.

Publius

 

 


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