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Marzo 2007

 

 

 

 

Come hanno confermato i numerosi summit internazionali sul clima che si sono succeduti negli ultimi mesi e i commenti scientifici che li hanno accompagnati, il riscaldamento del pianeta non è più solo una previsione scomoda, ma è ormai anche una realtà incontrovertibile. Ciononostante, a fronte di un dibattito scientifico così avanzato, il dibattito relativo alle politiche da intraprendere per affrontare questa emergenza globale è appena incominciato.

Il problema all’ordine del giorno ormai non è se ci saranno delle conseguenze al riscaldamento del pianeta, ma in quale quadro e come queste conseguenze verranno affrontate. L’incertezza che tuttora permane sui tempi e sulla localizzazione degli effetti dei cambiamenti climatici non riguarda la tendenza di fondo all’aumento della temperatura del pianeta, dal quale dipende l’andamento del clima. Infatti è ormai ritenuto certo che i gas ad effetto serra finora rilasciati nell’atmosfera produrranno un aumento della temperatura già entro il 2020-2030 e che, dopo il 2040, riduzioni anche significative delle emissioni di questi gas non potranno più invertire la curva dell’aumento della temperatura del pianeta nell’arco di questo secolo. I cambiamenti climatici che accompagneranno questo fenomeno avranno certamente effetti dirompenti in un quadro di potere mondiale come quello attuale, già caratterizzato da forti squilibri economici e militari fra i principali poli e da enormi disuguaglianze fra diverse aree del mondo. Il rischio è che, in assenza di strumenti democratici di governo mondiale, questi avvenimenti possano fungere da catalizzatori per far precipitare il mondo in un lungo periodo di iperconflittualità fra gli Stati. Anche per questo, quindi, diventa urgente promuovere una transizione verso un ordine mondiale evolutivo, diverso dall’attuale, nell’ambito del quale sia possibile porre concretamente l’obiettivo di instaurare un governo cooperativo intercontinentale delle emergenze globali.

Ma questa transizione, nelle attuali condizioni, è impensabile a causa della profonda divergenza di interessi e della crescente sfiducia reciproca che caratterizza i rapporti tra USA, Cina e Russia. Solo un’Europa capace di agire e di pesare politicamente nel quadro internazionale potrebbe riequilibrare e rendere più pacifici questi rapporti. Finché gli europei restano divisi non possono offrire nessun contributo al resto del mondo, perché non hanno gli strumenti per promuovere la nascita di un ordine globale più giusto ed equilibrato, così come non possono neppure tutelare il proprio futuro predisponendo delle contromisure per prevenire le conseguenze dei cambiamenti climatici che si abbatteranno anche sulle loro economie e sui loro sistemi di sicurezza nazionali, rendendoli più fragili ed insicuri.

Nessuno, soprattutto in Europa, sembra essere davvero consapevole di questa urgenza e di questa responsabilità. I più continuano ad illudersi (e a illudere le opinioni pubbliche) che si possa affrontare un problema globale come quello della stabilizzazione del clima con tante micro-rivoluzioni culturali, tecnologiche, produttive e dei consumi da compiere a livello nazionale. Questa illusione, da cui sono nati anche il protocollo di Kyoto e i piani della Commissione europea, deriva a sua volta da un grave errore politico che potrebbe risultare fatale: quello di considerare come già esistente il potere necessario per instaurare a livello mondiale una governance ecologica quando in realtà questo potere deve ancora essere costruito.

Proprio il protocollo di Kyoto ne è una dimostrazione. Questo trattato voluto dieci anni fa dagli europei, e già allora considerato inadeguato, non è stato poi rispettato dagli stessi paesi europei. Se gli USA non hanno ratificato il protocollo e se la Cina e l’India si sono sottratte ai suoi pur limitati vincoli, questo è dipeso in primo luogo dalla scarsa credibilità degli europei, dalle loro divergenti politiche estere ed energetiche e dall’inesistenza di un effettivo potere contrattuale europeo a livello internazionale. Già dieci anni fa era palese che l’Unione europea (dei quindici) non sarebbe stata in grado di imporre severe politiche di riduzione delle emissioni ai suoi paesi membri. Oggi, infatti, solo la Gran Bretagna e la Svezia sono in condizione di rispettare, almeno sulla carta e comunque motu proprio, gli impegni di Kyoto. Anche le speranze di conseguire miracolosi risultati sfruttando i meccanismi del mercato si sono infrante contro il muro della divisione europea. È stato infatti allestito un ben poco trasparente mercato internazionale dei diritti di inquinare, proposto a suo tempo dagli USA, che da tempo ne controllano uno funzionante al loro interno, i cui primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’anno scorso il commercio di questi diritti da un lato ha reso conveniente ad alcuni paesi, come la Gran Bretagna, aumentare i consumi di energia basati sul carbone anziché su combustibili più puliti e, d’altro lato, ha indotto altri paesi, come il Giappone, a preferire di rimanere ancora inadempiente nei confronti degli impegni assunti a Kyoto piuttosto che acquistare da paesi dalla politica ambientale tuttora precaria come la Russia delle quote di diritti di inquinare.

Anche oggi, i piani presentati dalla Commissione europea sul clima e l’energia ancora una volta enunciano grandi propositi europei, la cui realizzazione viene però demandata ai governi nazionali dei singoli paesi. Come dieci anni fa, siamo di fronte alla colpevole illusione che basti fissare degli obiettivi (peraltro insufficienti) perché questi diventino realizzabili. Sulla base di questi piani, l’Unione europea dovrebbe conciliare l’impegno a contenere il fenomeno globale del riscaldamento del pianeta con l’interesse europeo alla sicurezza energetica. Nei fatti, invece, la tendenza in atto è quella di un aumento della dipendenza europea dalle forniture di gas russo, algerino e asiatico; inoltre non esiste una politica europea in campo nucleare e il ritmo di utilizzo delle energie rinnovabili è estremamente diversificato da paese a paese, mentre l’obiettivo di incentivare il consumo di biocombustibili senza disporre di una base produttiva agricola europea adeguata nel settore è destinato a riproporre, su un altro terreno, la dipendenza energetica da altri continenti (America del Nord e del Sud).

Se gli europei vogliono davvero inserirsi nel dibattito sul futuro del clima del nostro pianeta e contribuire a risolvere il problema politico che ne è alla base, cioè la divisione del genere umano, devono abbandonare queste automisitificazioni e incominciare a confrontarsi concretamente con i fatti. Qualsiasi intervento per cercare di stabilizzare il clima, per essere significativo, dovrebbe essere deciso e promosso su vasta scala nell’arco dei prossimi due decenni. E poiché, al momento, è impensabile quell’immediata e drastica riduzione generalizzata nell’uso di tutti i combustibili fossili che potrebbe avere qualche effetto già nel corso di questa prima metà del secolo, occorre predisporre dei piani continentali e mondiali almeno per mitigare le conseguenze dell’ineluttabile tendenza al riscaldamento del pianeta.

Il compito che spetta agli europei è perciò quello di far sì che sulla scena mondiale faccia il proprio ingresso un polo europeo per promuovere la transizione verso un governo mondiale dei problemi ambientali. Ciò significa creare, in tempi brevi, uno Stato federale europeo di dimensione e potenza paragonabili a quelle degli altri poli. È evidente che il dibattito attorno al rilancio o meno del trattato costituzionale europeo non può far maturare una simile consapevolezza. Questo trattato è infatti pensato per cercare una soluzione ai problemi di governance dell’Unione a ventisette o più paesi, mentre il rilancio dell’Europa come entitàpolitica può avvenire solo se alcuni paesi, che è difficile individuare al di fuori della schiera di quelli che hanno avviato il processo di integrazione europea, capiranno che devono compiere il passo decisivo di stringere fra di essi un Patto federale che vada oltre i trattati esistenti. Un simile atto d’unione politica costituirebbe di gran lunga il segnale più concreto e significativo che gli europei potrebbero lanciare al mondo per mostrare che esiste un’alternativa ad un futuro dominato dai rischi dell’anarchia internazionale e dell’incertezza climatica.

Publius

 

 


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