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Giugno 2006

 

 

 

 

Due tendenze in particolare lavorano oggi contro l’unità europea. La prima è quella protezionistica che si sta diffondendo a livello mondiale, innescata dalla crescente riluttanza dei cittadini, preoccupati dagli effetti della globalizzazione, a subire supinamente l’applicazione degli accordi multilaterali e delle ricette elaborate nell’ambito del WTO, del FMI, del G8 o di altri organismi analoghi. La seconda è quella alla divergenza delle politiche dei paesi membri dell’Unione europea, conseguenza dell’impasse in cui si trova l’integrazione europea che li priva di un quadro di riferimento sovranazionale per le loro politiche.

È alla luce dell’interazione fra queste due tendenze involutive, una mondiale e l’altra europea, preludio di nuove divisioni e di sfiducia e discordia tra gli Stati, che incoraggiano le politiche del chacun pour soi e del beggar thy neighbour, che va inquadrato il malessere politico, economico e sociale presente in gran parte dei paesi europei. Un malessere ormai evidente ed acuto anche in Francia, in Germania e in Italia, cioè nei tre maggiori paesi tra i fondatori delle prime Comunità europee che avevano scelto la strada della cooperazione e dell’apertura delle frontiere come mezzo per costruire gradualmente una federazione europea, e non come fine in sé.

In Francia si sta sempre più radicalizzando la contestazione della globalizzazione e dell’Europa mercato, con i suoi due corollari, la liberalizzazione della concorrenza e il ridimensionamento dello Stato sociale, che minaccia la governabilità della République. Si tratta di un movimento di protesta che non è semplicemente l’espressione della “eccezione francese” o della resistenza della Francia profonda ad ogni cambiamento. Una sorta di delusione globale serpeggia ovunque. Ma solo in Francia questa delusione si salda con il timore della progressiva marginalizzazione della civiltà europea e del venir meno del ruolo dello Stato erede di una rivoluzione che ha contribuito, attraverso un cammino difficile e spesso contraddittorio, a promuovere il rispetto dei diritti, la sicurezza, la prosperità degli uomini. L’indebolimento della prospettiva europea rafforza il multiforme fronte del patriottismo francese rispetto a una retorica europeista che vorrebbe l’Europe puissance, ma che non ha il coraggio di battersi per ciò che questo implica: la costruzione di un Stato europeo.

In Germania, al di là delle dichiarazioni di facciata a sostegno del ruolo dell’Europa e delle sue istituzioni, il governo lavora da tempo per rafforzare un ruolo autonomo dell’economia e della politica estera tedesche in campo europeo ed internazionale. Grazie alla sua posizione geografica e alle sue capacità produttive, la Germania ha un potenziale di sviluppo che nessun altro paese dell’Europa occidentale ha, né può sperare di avere da solo. Grazie alla riunificazione, agli accordi privilegiati stipulati nel campo dello sviluppo delle infrastrutture nei trasporti e nelle comunicazioni, nonché in campo energetico, con i paesi dell’Est e con la Russia, l’economia tedesca sopravanza ancora quella francese e quella britannica. La conferma viene dal fatto che le prospettive di ripresa economica europea restano legate non tanto a degli pseudo-piani europei, quanto piuttosto alla funzione di traino esercitata dalla locomotiva produttiva tedesca sul resto dell’Europa. Anche sul terreno della politica estera e di sicurezza, la tentazione di ritagliarsi un ruolo autonomo è palese. In Europa centrale ed orientale, in Africa, in Medio Oriente e in Asia, la Germania ha accresciuto la propria posizione di media potenza regionale che vuole farsi ascoltare dagli USA, dalla Russia e dalla Cina indipendentemente dagli altri paesi europei. Questo corso della politica tedesca non può che suscitare preoccupazioni e tensioni nei paesi vicini e all’interno della stessa società tedesca. In assenza di un ancoraggio europeo, il bisogno della Germania di cercare nuove risorse e sbocchi per risolvere gli squilibri sociali che ha al suo interno e per garantirsi una sicurezza sempre più minacciata dall’instabilità dei suoi vicini orientali e dalla ripresa della potenza russa, non potrà che assumere sempre più un carattere nazionalistico.

In Italia, da sempre l’anello debole dell’Europa, le ultime elezioni nazionali hanno offerto l’immagine di un paese sempre più in crisi e sempre più difficile da governare. Il populismo, l’estremismo e talvolta addirittura l’apologia del fascismo hanno dominato la sua campagna elettorale. Il nuovo governo è costretto sulla difensiva. Esso deve innanzitutto affrontare il problema di salvaguardare il quadro costituzionale democratico e unitario dello Stato per evitare che la situazione precipiti. Inoltre esso deve affrontare il difficile compito di mantenere l’Italia nell’unione economica e monetaria. Se ciò non dovesse accadere, l’Unione europea si troverebbe con una ulteriore profonda crisi da gestire al suo interno, senza disporre degli strumenti per risolverla. Una profonda crisi italiana non sarebbe priva di conseguenze per il resto dell’Europa. Allo stesso tempo nessun paese più dell’Italia ha bisogno di ancorarsi all’obiettivo della Federazione europea. Per questo, nel momento in cui questo obiettivo sembra non essere all’ordine del giorno, dovrebbe essere un preciso interesse della classe politica e dell’opinione pubblica italiane rilanciarlo e riproporlo con scelte e comportamenti coerenti e credibili.

Il favore crescente che raccolgono in larghi strati delle opinioni pubbliche nazionali alcuni movimenti politici che si richiamano allo chauvinisme o alla Realpolitik, come in Francia e Germania, o al populismo, come in Italia, è di per sé il segno tangibile della degenerazione della lotta politica in Europa.

Per uscire da questa situazione potenzialmente esplosiva Francia, Germania e Italia devono partire da tre dati di fatto dai quali non si può prescindere se si vuole fare davvero l’Europa. Il primo dato di fatto è che, mentre contribuire all’instaurazione di un ordine mondiale più equilibrato e giusto dipenderà anche dagli europei una volta che saranno state poste le basi della creazione di un polo europeo, fare l’Europa necessaria a questo scopo dipende solo dalla volontà di alcuni paesi di fondare uno Stato federale europeo. Il secondo dato di fatto, al di là e al di fuori della retorica delle istituzioni comunitarie, secondo cui tutti i paesi contribuiscono in egual misura all’integrazione europea, è che l’iniziativa di fondare un nuovo Stato europeo non può prescindere, almeno nella fase iniziale, dalla Francia e dalla Germania. Da questo consegue il terzo dato di fatto: il tempo per fare l’Europa coincide con quello durante il quale Francia e Germania rimarranno disposte ad approfondire sempre più la cooperazione bilaterale e a coltivare il progetto di unione tra i due Stati per costituire il primo nucleo dello Stato federale europeo.

Se questo è vero il rischio mortale per l’Europa è costituito dalla possibile divaricazione delle politiche e degli interessi nazionali di questi due paesi. Si tratta di un rischio concreto, che non è scongiurato dall’esistenza del debole quadro istituzionale dell’Unione europea e dell’euro, né tantomeno può essere aggirato da progetti per creare uno pseudo-governo europeo nel campo dell’economia o della sicurezza basato sulla cooperazione volontaria degli Stati, come taluni vagheggiano. Per questo occorre agire subito. È giunto il momento per i governi, le classi politiche e i parlamenti di Francia e Germania di prendere coscienza dell’enorme responsabilità storica che grava su di essi, sia che decidano di promuovere con un’iniziativa specifica o di impedire, semplicemente non agendo, la creazione dello Stato federale europeo. Per i governi, le classi politiche ed i parlamenti degli altri paesi, a partire dall’Italia e dagli altri Fondatori, si tratta di incoraggiare questa presa di coscienza e di incanalarla verso uno sbocco federale europeo.

Publius

 

 


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