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Marzo 2006

 

 

 

 

La guerra del gas russo e la continua crescita del prezzo del petrolio, entrambe legate a fattori strutturali dell’attuale quadro internazionale, hanno messo in evidenza la precarietà del benessere e dello sviluppo economico dell’Europa, che dipendono dalla disponibilità a basso costo dei combustibili fossili e dalla ragionevole certezza del flusso di forniture, cioè in ultima istanza dalla stabilità del quadro di potere mondiale che garantisce l’una e l’altra.

La dipendenza energetica dei paesi europei ha ormai raggiunto livelli tali che l’eventuale blocco di un gasdotto dalla Russia o di un grande giacimento saudita o iraniano può mettere in ginocchio l’economia di un paese particolarmente vulnerabile per quanto riguarda gli approvvigionamenti di energia, per esempio dell’Italia, e avere enormi ripercussioni sulle economie interdipendenti dei paesi vicini.

Questa irresponsabile politica energetica affonda le sue radici nella divisione dell’Europa. Già negli anni cinquanta Jean Monnet aveva previsto che, in assenza di una adeguata politica europea, la dipendenza energetica dei sei paesi della CECA dalle importazioni sarebbe passata da un quinto a un terzo del consumo totale entro gli anni Sessanta. In questa ottica l’EURATOM avrebbe dovuto porre le basi per mantenere entro limiti ragionevoli, attraverso l’uso dell’energia nucleare, le crescenti importazioni di petrolio e carbone. Ma il fatto che questa istituzione si fondasse, come tuttora si fonda, sulla mera cooperazione tra Stati, portò al fallimento di questo progetto. Più in generale il rinvio sine die della creazione della Federazione europea ha fatto sì che gli Stati da un lato si orientassero sempre più verso scelte nazionali, e dall’altro cercassero di approfittare delle opportunità offerte dal quadro internazionale: prima l’impegno statunitense di proteggere i rifornimenti di greggio e, dopo la fine della guerra fredda, l’offerta di gas russo verso l’Europa. Così gli europei hanno posto le basi della loro dipendenza, oltre che dal greggio medio-orientale, anche dal gas siberiano.

Per fronteggiare questa situazione, che ha ormai il carattere di una vera e propria emergenza, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania hanno proposto tre ricette, di cui ritroviamo gli ingredienti principali nei “piani europei” proposti dalla Commissione europea, dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo. Esse vanno sotto il nome di liberalizzazione del mercato dell’energia, memorandum francese per la politica energetica, politica di buon vicinato. Tutti e tre gli approcci hanno in comune la caratteristica di essere concepiti non come un piano europeo ma, ancora una volta, come il coordinamento di politiche nazionali settoriali e, proprio per il fatto di fondarsi sulla divisione dell’Europa, sono tutti e tre destinati a non risolvere il problema.

La liberalizzazione del mercato strategico dell’energia, nella misura in cui è sganciata da una politica estera e di sicurezza europea, non può far altro che indebolire e dividere ulteriormente gli europei, con il rischio concreto che grandi colossi fornitori di energia come la Gazprom acquisiscano il controllo, diretto o indiretto, anche sulla rete di distribuzione dell’energia in vari paesi, aumentando la propria posizione dominante.

L’adozione sic et simpliciter a livello europeo della politica nazionale energetica francese, basata sul rilancio del nucleare e sulla progressiva sostituzione dei combustibili fossili con i bio-combustibili, è impossibile. Essa presupporrebbe la condivisione volontaria e spontanea da parte di tutti i paesi di comuni obiettivi europei energetici da realizzare con strumenti di governo e mezzi finanziari nazionali spesso in conflitto tra loro, coordinati da deboli istituzioni europee.

La politica di buon vicinato che la Germania propone e che ha già incominciato a promuovere intensificando la cooperazione in campo nucleare con la Francia e quella per lo sfruttamento del gas con la Russia, serve per rilanciare il ruolo della Germania nel cuore dell’Europa, ma non per promuovere una politica energetica europea.

Gli europei devono prendere al più presto coscienza che sono chiamati a fronteggiare due sfide strettamente intrecciate tra loro, una sul terreno dei nuovi equilibri di potereinternazionali, l’altra sul piano tecnologico, che possono essere vinte solo rilanciando il disegno dell’unità politica dell’Europa.

A livello mondiale, le diverse ragion di Stato delle potenze mondiali stanno pericolosamente entrando in rotta di collisione sul fronte energetico. Basti considerare: la decisione del Congresso USA di impedire alla Cina di acquisire imprese petrolifere americane; l’accelerazione impressa dalla Russia alla politica di rinazionalizzazione dell’industria del petrolio e del gas, collegata al disegno di sfruttare il suo status di superpotenza dell’energia sia sul fronte europeo che su quello asiatico; l’accordo di cooperazione tra Cina e India per assicurarsi il controllo sul mercato mondiale di aziende e giacimenti utili allo sviluppo dei rispettivi paesi. Né i singoli paesi europei né l’Unione europea hanno oggi alcuna chance di influenzare l’evoluzione di questi rapporti. Questo perché la sovranità e la ragion di Stato dei singoli paesi europei sono poca cosa rispetto alla potenza di USA, Russia, Cina e India e l’Unione europea non è uno Stato.

Sul piano tecnologico, le opzioni possibili per ridurre la dipendenza dei paesi europei dal petrolio e dal gas sono note. Esse riguardano il rilancio della produzione di energia nucleare, senza la quale non verranno significativamente ridotte le emissioni di gas ad effetto serra; l’uso di bio-combustibili, la cui produzione richiederebbe la revisione della politica agricola, alla quale in questa ottica spetterebbero maggiori, e non minori, risorse; il recupero dell’uso del carbone (gassificato), l’incentivazione nell’uso delle energie rinnovabili e la promozione dell’uso dell’idrogeno, che però dipendono dall’avvio di una nuova politica negli approvvigionamenti e nella distribuzione dell’energia, oltre che dalla ristrutturazione dell’industria europea dei mezzi di trasporto, pubblici e privati. È impensabile che gli europei possano contemporaneamente ridurre la loro dipendenza dalle importazioni di greggio e gas e promuovere una rivoluzione nel campo della produzione e dei consumi energetici rimanendo nella condizione di minorità politica e finanziaria in cui sono costretti dalla dimensione nazionale e dal quadro confederale europeo. Queste scelte non sono praticabili sulla base della semplice messa in comune di finanziamenti e di capacità produttive e di ricerca nazionali. Ognuna di esse implicherebbe l’adozione di provvedimenti economici, fiscali e di politica estera da parte del governo di uno Stato sovrano di dimensioni continentali, non la supervisione di istituzioni di una organizzazione di Stati indipendenti quale è l’Unione europea.

Gli europei non usciranno da questa condizione se non si manifesterà la volontà di fondare uno Stato federale europeo. Essi devono abbandonare la strada della cooperazione fra Stati, utile per condividere parzialmente informazioni e costi in questo o quel settore, ma non per governare. L’Unione europea non può trasformarsi in toto in uno Stato federale dotato di un governo capace di garantire e promuovere lo sviluppo e la sicurezza degli europei. Perciò è necessario che nell’ambito dei paesi che indicarono oltre mezzo secolo fa l’obiettivo della Federazione europea per far fronte alle sfide globali di cui già allora incominciavano a delinearsi i contorni, nasca al più presto un’iniziativa concreta per fondare il primo nucleo dello Stato federale europeo, aperto a quanti vorranno farvi parte successivamente. Se vogliono evitare un futuro di declino e subordinazione i paesi fondatori devono farsi carico di questa responsabilità storica e, in base a questa, orientare tutte le loro scelte.

Publius

 

 


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