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Febbraio 2005

 

 

 

 

Anche se al termine di complessi e difficili negoziati, la Turchia sarà verosimilmente ammessa come membro dell’Unione europea nel 2014. Si tratta di un esito in buona parte scontato se si pensa che la Turchia è legata da un accordo di associazione con la Comunità europea fin dal 1963 e che da allora essa ha accresciuto con ritmo accelerato i suoi reciproci vincoli di interdipendenza con la Comunità prima e con l’Unione poi. Il fatto che la Turchia sia un paese di religione islamica rappresenta – almeno idealmente– un grande atout per l’Unione, facendo di questa un punto di incontro tra il mondo islamico e il mondo cristiano e confutando nei fatti l’accusa che essa voglia rimanere un club di paesi cristiani. La Turchia è del resto, come è noto, un paese con radicate tradizioni laiche e che per giunta, nel corso degli ultimi anni, ha compiuto passi importanti e coraggiosi per superare le sue numerose arretratezze in materia di diritto penale e civile, nell’ordinamento amministrativo e nell’organizzazione della polizia, nella gestione dei rapporti con le minoranze curde e con la Repubblica turca di Cipro, e in generale nel cammino verso l’instaurazione di un regime genuinamente liberaldemocratico. Inoltre si tratta di un paese di circa 70 milioni di abitanti, con un alto tasso di natalità, che si avvia a diventare il paese più popolato dell’Unione e che darà un forte impulso all’espansione del suo mercato interno.

Come era ampiamente prevedibile, la prospettiva dell’adesione della Turchia sta sollevando aspre resistenze. Oltre allo scontato argomento razzista, secondo il quale la Turchia deve essere tenuta fuori per il solo fatto di essere un paese musulmano e, per la massima parte della sua superficie, asiatico, si fa valere l’idea che l’allargamento dell’Unione ad una grande area produttiva con manodopera a basso costo rischierebbe di rivoluzionare i rapporti di concorrenza all’interno dell’Unione. Si sostiene che il fatto che la Turchia confini con Siria, Iraq e Iran aumenterebbe il pericolo di ingresso nell’Unione di soggetti legati al terrorismo. E si mette in rilievo che l’ingresso a pieno titolo nelle istituzioni europee di un paese con elevata cifra di popolazione come la Turchia sarebbe destinato a modificare profondamente gli stessi equilibri politici interni all’Unione, mettendo in pericolo l’influenza prevalente degli attuali “grandi” paesi.

Ma soprattutto, in taluni settori degli schieramenti politici di alcuni dei paesi dell’Unione, si fa valere che l’ingresso della Turchia significherebbe un ulteriore, irreversibile passo verso la diluizione dell’Unione stessa in una grande area di libero scambio, che sarebbe destinata ad estendersi rapidamente ai paesi del Maghreb e a perdere qualsiasi capacità di controllare il proprio mercato interno e di dare un peso reale alla propria presenza nei negoziati commerciali internazionali. L’ingresso della Turchia minerebbe cioè irreversibilmente la coesione dell’Unione.

Si tratta peraltro di una convinzione che è condivisa anche da molti euroscettici, che invece vogliono l’ingresso della Turchia perché auspicano la diluizione dell’Unione. Ma si tratta di una convinzione infondata perché l’Unione europea è già oggi un’area di libero scambio. Essa è ormai ampiamente ingovernabile e non è pensabile che, nella sua attuale composizione, essa possa evolvere verso una more perfect union. Non è quindi certo l’ingresso della Turchia che potrebbe farle cambiare di natura. Per questo, soprattutto in Francia, si è da tempo fatta strada l’idea di rafforzare la consistenza, politica ed economica, di un gruppo di Stati membri dell’Unione (che nel dibattito politico francese vengono normalmente designati come “Europa-potenza”), all’esterno del quale rimarrebbe una nebulosa di Stati che continuerebbero ad essere legati dalle istituzioni dell’Unione e dalle norme del diritto comunitario, o da altre norme meno vincolanti (“Europa-spazio”).

Sarebbe questa l’Europa a due (e, nell’ottica di taluno, a tre) cerchi. Ma si tratta di una soluzione destinata a rimanere puramente verbale fino a che non si dica chiaramente quali dovrebbero essere la natura e l’estensione della cosiddetta “Europa-potenza”. Il problema della natura del primo cerchio non riguarda (o comunque non riguarda soltanto) le sue competenze, bensì lo strumento attraverso il quale esse possono essere fatte valere, cioè il potere (al quale peraltro si riferisce l’espressione “Europa-potenza”).

 Ma nel dibattito politico il problema è assente.  Ciò che manca del tutto è la consapevolezza che il solo strumento attraverso il quale il potere può essere espresso è lo Stato e che quindi il solo modo per creare, all’interno dell’Unione, un nucleo capace di garantire la propria sicurezza – e in ultima istanza quella dell’Unione nel suo complesso –, di far valere la presenza pacifica dell’Europa nel mondo e di imporre ai cittadini l’osservanza delle regole stabilite e delle decisioni prese dalle istituzioni è quello di costituire, all’interno dell’Unione, un vero e proprio Stato federale, dotato di un esercito, di una polizia e di una propria fiscalità.

Del tutto nebulosa è poi la consapevolezza delle dimensioni che questo nucleo federale dovrebbe avere per nascere e svilupparsi. È chiaro che dovrebbe trattarsi di un ristretto numero di Stati, fortemente omogenei dal punto di vista politico ed economico, con una lunga storia comune di integrazione e con un’opinione pubblica fortemente sensibile all’ideale dell’unità europea. A questo modello non corrisponde certo l’attuale Unione nel  suo complesso,  né l’area dell’euro,  né qualunque  raggruppamento comprendente la Gran Bretagna, né una costellazione casuale che emerga dall’improbabile esercizio delle cosiddette cooperazioni rafforzate.

In realtà la sola estensione iniziale del nucleo federale nella quale sarebbe pensabile ottenere l’espressione contemporanea  della  forte volontà politica  necessaria  per realizzare questo obiettivo sarebbe quella dei sei paesi fondatori della Comunità o, se fosse impossibile raccoglierne in un primo tempo l’unanimità su di un progetto concreto, una compagine più ristretta ma nella quale fossero comunque presenti Francia e Germania, cioè i due paesi-cardine dell’intero processo di unificazione europea.

L’obiezione secondo la quale un primo cerchio di queste dimensioni sarebbe troppo piccolo per far sentire il proprio peso nell’equilibrio mondiale è totalmente priva di fondamento. Il fatto che l’”Europa-potenza” debba necessariamente nascere come Stato federale compiuto non significa certo che la sua compagine non sia destinata ad allargarsi progressivamente ai membri del secondo cerchio, al quale continuerebbe ad essere legata dalla comune soggezione alle norme dell’Unione. Mentre il secondo cerchio, cioè il resto dell’Unione, sarebbe il naturale serbatoio nel quale nascerebbero e si svilupperebbero le vocazioni e le interdipendenze che porterebbero all’allargamento progressivo del nucleo centrale. La natura dell’Unione nel suo complesso risulterebbe quindi completamente trasformata dalla presenza di un nucleo federale all’interno di essa. La forte attrazione che questo eserciterebbe sul secondo cerchio farebbe sì che ogni allargamento dell’Unione europea non avrebbe alcun motivo di essere temuto (o, nel caso degli euroscettici, auspicato) come causa di annacquamento o di disgregazione, ma salutato dai primi e temuto dai secondi come passo preliminare all’ammissione di nuovi membri in un solido Stato federale europeo in espansione.

Rimane il fatto inoppugnabile della grande difficoltà che la fondazione del nucleo comporta, non da ultimo di fronte alle accanite resistenze che le sarebbero opposte dalla Gran Bretagna (oltre che dagli Stati Uniti). Ma la statura degli uomini politici non si misura certo dalla loro capacità di governare situazioni normali, bensì da quella di vincere sfide straordinarie in situazioni straordinarie. La storia dell’unità europea è ormai giunta ad un momento eccezionale. Gli uomini politici europei sono attesi alla prova dei fatti.

Publius

 

 


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