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Aprile 2003

 

 

 

 

La preparazione e la conduzione da parte dell’America della guerra all’Iraq ha fatto emergere una profonda spaccatura tra i paesi membri (e candidati) dell’Unione europea. Si tratta di una spaccatura che ha visto contrapposti, da una parte, i governi che, con in testa la Gran Bretagna, hanno accettato supinamente l’atto di forza americano e, dall’altra, quelli che si sono opposti ad esso tentando di salvaguardare il debolissimo grado di indipendenza che ancora posseggono.

Non è un caso che questi ultimi paesi siano stati la Francia e la Germania, affiancati dal Belgio e dal Lussemburgo (con un atteggiamento di prudente attesa da parte dei Paesi Bassi). Si tratta di una sorta di prefigurazione, per quanto ancora parziale e dai contorni non sufficientemente definiti, del nucleo dei paesi fondatori, con l’eccezione dell’Italia, il cui governo, malgrado l’inequivocabile orientamento dell’opinione pubblica contro la guerra, ha appoggiato fedelmente la linea americana.

Adesso, a guerra iniziata, qualcuno incomincia a parlare di ricucire sia lo strappo tra Stati Uniti ed Europa che quello interno all’Unione. In realtà, se si vuole che queste fratture siano veramente ricomposte in una prospettiva temporale di lungo periodo, è necessario che oggi non si transiga sulle ragioni che le hanno determinate. Qualunque ricomposizione nella situazione attuale significherebbe infatti semplicemente l’esplicita adesione alla linea americana anche da parte dei governi dei paesi che finora vi si sono opposti.

Tutto ciò non deve certo significare la messa in discussione della tradizionale amicizia degli Europei per il popolo americano. Ma è un dato di fatto che lo squilibrio di potere tra Stati Uniti e paesi europei è così forte e così evidente - anche se, considerata in prospettiva storica, la potenza degli Stati Uniti è in declino - che qualunque accordo tra le due sponde dell’Atlantico, e di conseguenza qualunque accordo interno all’Unione, si farebbe a prezzo del sacrificio dell’ultimo barlume di dignità che è rimasto all’Europa grazie all’atteggiamento di Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo. Bisogna dunque sperare che, nella situazione attuale, la ricucitura non si faccia, perché essa sancirebbe soltanto la comune sottomissione coloniale degli Stati europei divisi al dominio americano. L’Europa oggi non ha bisogno di mediatori, ma di fondatori.

L’Europa si trova in una fase cruciale della sua storia, nella quale sono necessarie decisioni rapide e radicali, che investano il problema della sovranità. Non rispondono certo a questa esigenza progetti di una politica estera e di sicurezza comune che, senza intaccare le sovranità nazionali, si limitino ad una razionalizzazione della produzione degli armamenti e alla costituzione di un piccolo corpo di intervento rapido. Né proposte come quella di attribuire all’Unione Europea, sempre lasciando intatte le sovranità nazionali, un unico seggio al Consiglio di Sicurezza. E’ evidente che, se la rappresentanza esterna dell’Unione non fosse l’espressione dell’esistenza di un unico Stato, ma quella dell’Unione come essa è oggi, la proposta sarebbe del tutto irrealizzabile; e che se, per  assurdo, essa  potesse  essere  attuata,  sarebbe  impossibile per  il rappresentante dell’Unione, costretto a riferirsi a venticinque capi di governo e a confrontarsi con gli orientamenti diametralmente contrastanti di Gran Bretagna e Francia, esprimere una qualsiasi posizione europea.

La situazione attuale è molto seria, e va affrontata con serietà, e non con escamotages verbali che non hanno altra funzione che quella di mascherare la propria mancanza e di coraggio. Ed essa va affrontata prendendo atto dal fatto che qualsiasi progetto di unificazione politica dell’Europa, che possa consentirle di contare nell’equilibrio internazionale,  non è un problema di formule giuridiche, ma di potere, e che esso non può essere affrontato e risolto nel quadro dei Venticinque, né in quello dei Quindici, né in qualunque altro quadro che comprenda la Gran Bretagna.

Esso può essere affrontato e risolto soltanto nel quadro dei paesi fondatori, quelli tra i quali i legami sono più forti, la compenetrazione degli interessi più stretta, la storia di integrazione più lunga, l’europeismo più radicato nell’anima dei cittadini. E’ loro compito prendere l’iniziativa della fondazione di un primo nucleo federale, da proporre all’accettazione di tutti gli altri, ma non certo da negoziare con essi. O meglio: dei paesi fondatori senza l’Italia, se il suo governo non modificherà radicalmente la sua politica europea.

Si tratterebbe indubbiamente di un’assenza grave, sia perché al nucleo sarebbe sottratto un paese importante per ricchezza e per popolazione, sia in considerazione del ruolo di iniziativa e di impulso che l’Italia ha sempre giocato in passato in tutti i passaggi cruciali del processo di unificazione europea e che essa potrebbe giocare anche in questa circostanza decisiva. Ma non bisogna dimenticare  che  i governi  non  sono  eterni,  che  anche  all’interno  della maggioranza che attualmente sostiene il governo italiano vi sono componenti sinceramente europee e che è orientato in senso europeo l’intero schieramento di opposizione, con l’esclusione di una frangia estrema.

L’Italia dovrebbe quindi essere coinvolta nel processo, almeno in prospettiva, mediante l’instaurazione di un dialogo approfondito tra rappresentanti dei governi e dei partiti dei paesi che prenderanno l’iniziativa e la parte più avanzata della sua classe politica. E’ certo che la sua esclusione dal nucleo iniziale sarebbe comunque di breve durata.

Publius

 

 


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