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Settembre 2000

 

 

 

 

Il discorso del 12 maggio del Ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer all’Università Humboldt di Berlino e quello del 27 giugno del Presidente francese Jacques Chirac al Bundestag hanno fatto fare un grande salto di qualità al dibattito sull’unificazione europea. Il problema del punto d’arrivo del processo e dei modi per arrivarci sono stati posti al centro dell’attenzione dopo decenni di irresponsabile disinteresse. Inevitabilmente parole che fino a poco tempo fa erano bandite dal linguaggio politico, come “costituzione europea” e “federazione europea”, vi hanno acquisito diritto di cittadinanza ed ora compaiono quotidianamente sui giornali negli interventi di politici di tutte le estrazioni. Il cammino dell’unificazione europea è entrato in una nuova fase.

L’elemento che ha dato ai due discorsi il loro carattere di novità rivoluzionaria e che ha costretto molti (anche tra coloro che avrebbero preferito tacere) a prendere posizione è stata la chiara enunciazione, da parte di due altissimi responsabili politici dei due più importanti Stati dell’Unione, della consapevolezza che - di fronte alla prospettiva dell’allargamento - l’Unione stessa sarebbe condannata a dissolversi senza una radicale riforma istituzionale; che questa riforma potrà aver luogo, all’inizio, soltanto nel quadro di un numero ristretto di paesi, che presumibilmente coinciderebbe con quello dei sei fondatori delle Comunità europee; e che questa avanguardia dovrà venire ad esistenza e procedere nel suo cammino, se l’opposizione degli altri governi lo renderà necessario, anche uscendo dal quadro dei Trattati esistenti. Questa comune presa di coscienza ha comportato di per sé un deciso rilancio dell’asse franco-tedesco, cioè di quella consonanza di orientamenti tra Francia e Germania che è stata alle origini del processo di unificazione europea e che ne ha determinato tutte le svolte più importanti.

È evidente che ciò non significa affatto che siamo vicini alla meta. Da una parte infatti i due discorsi, come era inevitabile, hanno suscitato reazioni contrarie non soltanto nei paesi che comunque non vorrebbero o non potrebbero entrare nel nucleo fin dall’inizio, ma anche in quelli destinati a farne parte. È ciò che emerge da ripetute prese di posizione di membri del governo socialista francese e da alcuni infelicissimi interventi del Presidente del Consiglio italiano. Dall’altra, i discorsi degli stessi promotori dell’idea e di coloro che la sostengono sono pieni di contraddizioni e di ambiguità, che tradiscono, malgrado il coraggio e il carattere innovativo delle loro prese di posizione, la strutturale propensione dei politici nazionali a tentare di realizzare la quadratura del cerchio, cioè a pensare che si possa costruire un’Europa forte e democratica senza sacrificare la sovranità degli Stati nazionali.

Gli ostacoli quindi ci sono, e saranno difficili da superare. Ma è anche vero che la presa di coscienza che è stata all’origine dei discorsi di Fischer e di Chirac è destinata a mettere in moto una sua logica. Una volta acquisita la consapevolezza che l’Europa, per sopravvivere, deve realizzare una riforma radicale all’interno di un nucleo ristretto di paesi, sarà assai difficile per coloro che la condividono, quando essi saranno confrontati con i problemi concreti che si porranno e con gli argomenti che saranno loro opposti da coloro che vogliono trasformare l’Unione in un’area di libero scambio, rimanere nell’ambiguità. Essi dovranno cercare una soluzione forte, e questa non potrà essere che la creazione, inizialmente nell’ambito di un numero ristretto di Stati, di uno Stato federale europeo.

Non è possibile qui entrare nel vivo del dibattito costituzionale e definire nei dettagli quale debba essere la fisionomia del nucleo federale. È però possibile indicare in prima approssimazione due punti sui quali qualsiasi compromesso porterebbe al fallimento del progetto: la legittimazione democratica dell’esecutivo e la fine del cumulo di poteri esecutivi e legislativi nelle mani del Consiglio dei Ministri mediante la sua trasformazione in una Camera degli Stati che sia privata delle sue attuali competenze di natura esecutiva e che eserciti la pienezza del potere legislativo, deliberando a maggioranza, in collaborazione con il Parlamento europeo. Va da sé che alla nuova struttura istituzionale, imperniata su questi due principi, dovrebbero essere attribuite, eventualmente al termine di un periodo transitorio di una durata predeterminata, anche le competenze della politica estera e della difesa.

È soltanto in questo modo che sarà possibile evitare la dissoluzione dell’Unione e restituirle una dinamica unitaria. L’idea del nucleo federale non si propone di dividere l’Europa, come i difensori più accaniti della sovranità nazionale insidiosamente sostengono, ma di unirla, e si basa sull’ovvia constatazione che la ferma determinazione di raggiungere questo obiettivo non si potrà mai formare nel quadro dei Quindici e, a maggior ragione, in quello dell’Unione allargata. Ma se i massimi responsabili politici francesi e tedeschi avranno la lucidità e il rigore necessari per accordarsi su di un progetto preciso, mettendo in chiaro al di là di ogni dubbio il carattere irrinunciabile dei suoi punti qualificanti e coinvolgendo nell’impresa l’Italia e i paesi del Benelux, il nucleo federale attrarrà probabilmente a sé fin dall’inizio altri paesi, e comunque si espanderà con grande rapidità, fino ad abbracciare l’intera Unione.

In Europa, grazie a Fischer e a Chirac, si è aperto un nuovo decisivo fronte rispetto al quale qualunque uomo politico che non voglia essere estromesso dal processo si deve schierare, e schierare dalla parte giusta. Il tempo dei temporeggiamenti, delle ambiguità e delle sottigliezze sta volgendo al termine. Sta iniziando il tempo della responsabilità, nel quale la preoccupazione per il bene comune degli Europei deve prevalere su ogni provinciale velleità nazionalistica e su ogni gretta gelosia di partito.

Publius

 

 


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