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Febbraio 1998

 

 

 

 

La prospettiva della creazione della moneta europea ha reso possibile un processo di convergenza delle politiche di bilancio dei paesi membri dell’Unione europea (compresi quelli che, almeno in un primo tempo, non entreranno nell’Unione monetaria) che sarebbe stato inimmaginabile soltanto pochi anni fa. Anche i governi che si ritenevano condannati dalla loro debolezza a mantenersi in sella ricorrendo allo strumento del deficit (e prima a quello dell’inflazione) hanno saputo trovare, in vista dell’obiettivo della moneta, la forza e il consenso necessari per imporsi una disciplina rigorosa; e i loro cittadini hanno accettato con senso di responsabilità i sacrifici che questa disciplina ha comportato.

Questo risultato è di grande importanza, ma non è irreversibile. Se si diffondessero ancora dubbi sulla raggiungibilità dell’obiettivo della moneta europea, o se essa, una volta raggiunta, si rivelasse fragile o comunque incapace di dare l’avvio a quella fase di ripresa dello sviluppo e dell’occupazione che costituisce il principale punto di riferimento delle aspettative dei cittadini europei, tutto sarebbe rimesso in discussione. E ciò accadrà necessariamente se la creazione della moneta europea non sarà seguita in breve tempo da quella di un governo europeo, in grado di assicurare le condizioni politiche di un forte rilancio degli investimenti.

È quindi urgente porsi fin da oggi il problema del dopo-Euro, e prepararsi a far fronte alla fragilità degli equilibri che si verranno a creare dopo la nascita dell’Unione monetaria. Fino ad oggi l’obiettivo della moneta unica è stato sufficiente alla parte più responsabile della classe politica europea per tenere le posizioni e per far avanzare il processo. Ma, una volta realizzata l’Unione monetaria e constatato che, a breve termine, essa non darà luogo a cambiamenti apprezzabili nella vita quotidiana dei cittadini, si tratterà di spostare il fronte del dibattito politico e di mettere in vista un obiettivo più avanzato.

Nel processo di unificazione europea, e soprattutto nella sua fase attuale, non è possibile limitarsi a difendere i risultati acquisiti. Quello dell’Europa è un terreno sul quale bisogna avanzare per non retrocedere. Una volta raggiunto l’obiettivo dell’Unione monetaria, non esisteranno più obiettivi intermedi credibili attorno ai quali possano essere coalizzate le volontà, gli interessi e le opinioni favorevoli all’Europa contro gli attacchi dei settori politici che le sono contrari e degli interessi che li sostengono.

È quindi giunto il momento per le forze politiche favorevoli all’Europa di definire con precisione il loro obiettivo finale e la loro strategia e di usare, nella formulazione delle loro posizioni, la stessa chiarezza che da tempo usano i nemici dell’Europa. L’obiettivo non può essere che la Federazione europea; e la strategia non può essere che il coinvolgimento dei cittadini nel grande disegno della sua realizzazione.

I federalisti chiedono alle forze politiche europee una precisa assunzione di responsabilità. Nella politica europea – che si tratti del coordinamento dei sistemi fiscali, del modo di affrontare il problema dell’immigrazione, della politica agricola o di qualunque altro aspetto – l’idea di un interesse comune europeo è quasi sempre assente, e le istituzioni europee vengono normalmente viste e presentate come un quadro nel quale il compito legittimo di ogni governo nazionale è quello di massimizzare i benefici immediati del proprio paese e di far ricadere i costi sugli altri. Ciò avviene in una situazione nella quale di fatto non esistono più genuini interessi nazionali che non si identifichino con il comune interesse europeo, il quale viene gravemente compromesso dalla difesa accanita di posizioni di potere e di interessi corporativi legati alla permanenza della sovranità dello Stato nazionale, che con l’interesse reale dei cittadini non hanno nulla a che fare.

Ciò significa che è giunto il momento di mettere esplicitamente in discussione il metodo intergovernativo con il quale il processo è stato portato avanti fino ad oggi. Del resto, nell’ambito del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, si stanno manifestando primi segni di inquietudine che sono la spia del fatto che la necessità di creare in Europa, e a breve scadenza, una nuova comunità politica governata da un potere che sia l’espressione del consenso democratico dei cittadini si sta facendo strada nella coscienza di alcuni. Bisogna che costoro si sentano investiti del preciso dovere di collegarsi tra di loro per allargare il fronte e di prendere l’iniziativa di presentare all’opinione pubblica europea, in vista delle elezioni europee del 1999, il grande disegno della fondazione della Federazione europea e del coinvolgimento del popolo nel processo di elaborazione della sua costituzione.

L’introduzione della moneta unica sarà di fatto una grande trasformazione politica. In quanto tale essa non potrà essere consolidata e resa irreversibile senza una profonda trasformazione del modo di formazione e di espressione del consenso in Europa. Ed è impensabile che questa trasformazione, a sua volta, possa aver luogo senza la partecipazione dei cittadini europei, nell’esercizio del loro potere costituente. Spetta alla parte più illuminata della classe politica europea mettersi alla testa del processo e farsi portavoce di una esigenza che non può rimanere più a lungo priva di espressione.

Publius

 

 


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